giovedì 3 settembre 2026

4º giorno del Cammino di Santiago (3 agosto 1996) Palas de Rey - Santiago de Compostela (75 km)

Palas de Rey - Santiago de Compostela (3 agosto - 75 km)

Palas de Rey

Mi sveglio presto al mattino, perché il gruppo del mio piccolo camerone va a piedi e sfruttano le ore più fresche del mattino. Intorno alle 7.00 mi ritrovo solo, e ho tempo per pregare e riflettere. Alle 8.30 parto alla volta di Santiago, accompagnato dal pensiero di prendermela comoda, per arrivare a pomeriggio. Il percorso è ancora una volta “nervoso”, con continui ripidi saliscendi, che raffreddano i muscoli in discesa e li imballano in salita. Pedalando pedalando mi accorgo che per mezzogiorno potrei essere a Santiago, cercare il convento dei francescani e godermi un pomeriggio di riposo e spiritualità. E in effetti, verso le 12.00 arrivo a Santiago di Compostela.

Chiesa e convento di S. Francesco

Prima di recarmi sulla tomba dell’apostolo vado a chiedere ospitalità ai francescani. Mi accoglie fra Manolo Ceuta, e ho la possibilità di parlare italiano con padre Giuseppe Ferrari, bolognese che frequenta un corso di spagnolo, e padre Santiago, professore all’Antonianum di Roma per vari anni. Dopo una rifocillante doccia e un buon pranzo, vado a riposare, anche se i muscoli delle gambe mi fanno male per lo sforzo fatto. In fin dei conti ho impiegato tre giorni giusti per coprire i circa 300 km da León a Santiago, con una normalissima mountain bike, che non è certo la bici più adatta per un ciclopellegrinaggio.

Cattedrale di Santiago

Verso le 17.00 mi reco finalmente alla Cattedrale, che, insieme alla piazza antistante, forma un complesso stupendo. Tuttavia, mi aspettavo un ambiente più raccolto e meno chiasso da turismo. Sfrutto alcuni minuti di vuoto presso la tomba per pregare per me, i miei conoscenti, parenti e amici. Un ricordo particolare è per mio nipote Michele e per Daniela, nati il 25 luglio, festa di San Giacomo, e per coloro che portano questo nome. Assisto alla suggestiva cerimonia del “Botafumeiro”; quindi vado a ritirare il certificato di pellegrino e a visitare la zona storica.

Cattedrale di Santiago

Ripenso al “Cammino” e sento che Santiago mi provoca una certa delusione. È vero che avrei potuto fare una esperienza meno frenetica, e che forse il modo più autentico è di percorrere il pellegrinaggio a piedi, cadenzando passi e riflessione, perché possa essere una esperienza spirituale, benché non posso neanche dire che io non lo abbia vissuto così. Sento che Santiago è un quasi “tradimento” e che la meta del “Cammino” è nell’esperienza fatta per strada piuttosto che qua. Il Cammino trova il suo valore in sé stesso e molto meno nella meta.

Statua di S. Giacomo

Dopo cena padre Giuseppe mi invita a una passeggiata, che mi fa scoprire quanto è incantevole e suggestivo il centro storico di sera. Ci fermiamo ad ascoltare un gruppo che suona musica gallega, che ha assonanze celtiche, e a bere una birra vicino alla cattedrale. Gli espongo le mie perplessità su Santiago. Mi dà ragione, ma mi spiega che forse l’estate e il fine settimana (il pellegrinaggio è durato dal mercoledì al sabato) sono i tempi meno propizi per gustare la spiritualità del luogo.

Botafumeiro
Il giorno dopo, domenica, concelebro a mezzogiorno alla “Messa del pellegrino”, che mi risulta direi penosa: non si possono ricevere così quanti desiderano mettere ai piedi dell’altare la loro esperienza di sacrificio e comunione!! Non un canto, né un gesto di allegria e accoglienza: il rischio reale è che l’incontro con l’apostolo perda di significato, e che la gioia della meta non esista, mentre però perdura quella del Cammino. Nel pomeriggio nient’altro che una lenta passeggiata per fissare meglio nella mente i luoghi. Ho l’occasione di rivedere la cerimonia del Botafumeiro. Quindi mi reco a chiedere informazioni sul viaggio di ritorno a Palencia, e… Santiago è già un ricordo.

mercoledì 2 settembre 2026

3º giorno del Cammino di Santiago (2 agosto 1996) Cebreiro - Palas de Rey (2 agosto - 95 km)

 Cebreiro - Palas de Rey (2 agosto - 95 km)

Faccio colazione con i seminaristi di Toledo e poi ci salutiamo. Fuori fa freddo e c’è nebbia.  Mi reco alla chiesetta romanica per un saluto a Dio e per congedarmi da fra Natalio. Solo stamattina, forse perché ho la mente più fresca e riposata, noto la bellezza austera del luogo, che invita alla solitudine e alla preghiera. Prendo due cartoline della chiesa e alle 9.15, mentre il sole comincia a diradare la foschia, mi rimetto in marcia. Le gambe però si imballano presto, e così, appena la strada inizia a salire, sono dolori. Faccio a piedi gli ultimi 500 mt fino alla vetta del Pojo e imbocco la discesa vertiginosa che mi porta a Triacastela.

Da qui proseguo per Saros, dove arrivo alle 11-00. Non ho tempo né voglia di visitare il famoso monastero benedettino, soprattutto perché mi toccherebbe aspettare, essendo permesse solo visite guidate.

Giungo quindi a Sarria e mi reco presso i padri mercedari per chiedere ospitalità, raccomandato da un biglietto di presentazione dei loro confratelli de Los Peñascales. Sono accolto bene. Riesco a celebrare messa prima di pranzo. Chiedo che l’eucaristia sia per me pane del cammino, come fu per Elia nel deserto verso il Sinai. Il pranzo è buono. Gioco a “scopa spagnola con i religiosi, e alle 16.00 circa mi concedo un po’ di riposo. Dopo mezz’ora circa sono già in piedi e scrivo. Mi chiedo se il Cammino comporta le mie continue ripartenze. Forse sì e forse no. Dipende. Comunque, la meta ti sta davanti, e un fuoco arde dentro, dovunque ci si trovi, per mettere meno chilometri tra te ed essa. Così alle 17.30 sono di nuovo in strada.

Portomarín

Alcune note paesaggistiche. La Galizia, nella quale oggi mi trovo, è regione montagnosa-collinare, piena di verde, di ruscelli, con temperatura più fresca. Mi ricorda zone dell’Appennino. Le case, con i tetti di pietra scura levigata, le colline verdi, la divisione di campi richiama alla mente paesaggi scozzesi visti nei films. C’è da annotare che sono nella provincia di Lugo e non più di León. Me lo ricordano le targhe automobilistiche: LU, e non più la per me familiare LE.

Alle 18.45 giungo a Portomarín, un paesino molto caratteristico, presso una diga. Il paesaggio è davvero molto bello, ma non ho tempo di fermarmi troppo ad ammirarlo, se voglio essere per stasera a Palas de Rey.

Palas de Rey

Riparto, ma faccio molta fatica. Non so quanti chilometri mi separano esattamente dalla meta; le indicazioni ricevute sono contrastanti. Mi viene quasi voglia di fermarmi presso qualche ostello lungo la via, ma il sapere che ho ancora alcune ore di luce, mi spinge a proseguire. Finalmente alle 21.00 arrivo a Palas de Rey. Ceno in compagnia di un ragazzo di Madrid che per il secondo anno fa il Cammino a piedi partendo da Roncisvalle. Domani sarò a Santiago di Compostela.


lunedì 31 agosto 2026

2º giorno del Cammino di Santiago (1º agosto 1996) Rabanal del Camino - O Cebreiro (90 km)

Rabanal del Camino - Cebreiro (1º agosto - 90 km ca.)

Croce di ferro

Gli altri pellegrini mi svegliano presto al mattino, e alle 7.30 sono al bar per la colazione. Mi toccano subito alcuni chilometri in salita fino alla “croce di ferro” di Foncebadón. I miei tre amici di viaggio mi mandano avanti: non hanno programmi precisi e vogliono prendersela comoda. La salita mi risulta molto meno dura del previsto e impiego relativamente poco a farla. Mi fermo ad ammirare il paesaggio e a pregare presso la croce. Prima di iniziare la discesa, mi fermo all’eremo di Manjarín, dove vivono due simpatici e accoglienti religiosi mercedari.                                 

Villafranca del Bierzo

La discesa verso Molinaseca è da brividi. Alle 11.15 sono a Ponferrada, grosso centro urbano, conil  suo santuario a “Nuestra Señora de la Encina”. Mi sento in forma, e decido di continuare fino a Villafranca del Bierzo, dove arrivo alle 12.30, dove arrivo abbastanza stando a causa dei continui saliscendi affrontati e del sole di mezzogiorno. Mi fermo alcune ore fuori della chiesetta romanica - che trovo chiusa - per pregare, mangiare e scrivere. I miei compagni di ieri sono indietro e non credo che ci incontreremo di nuovo; comunque nel cammino non si è mai soli del tutto.

Alle 16.00 circa, visto che la chiesa non la riaprono, che si è alzato un vento fastidioso (mi farà fare più fatica nel tragitto) e che mi sto annoiando, riprendo la bici e mi avvio verso Vega de Valcarce, a 20 km circa di distanza. Dopo un’ora arrivo a questo “pueblo” di poche case, come se ne incontrano tanti lungo il Cammino, e mi fermo fuori di un bar a chiacchierare con alcuni anziani. Chiedo informazioni sulla strada fino al Cebreiro: sono 18 km, dei quali 13 in salita, con tratti anche duri.

O Cebreiro

Decido di rischiare, ma dopo 12 km mi accorgo di aver preteso troppo, oggi, dalle mie gambe. Non riesco a pedalare. Scendo dalla bici e la spingo fino a Pedrafita do Cebreiro, a 4 km dalla vetta. Sono le 18.30. Continuo, e alle 19.45 raggiungo a piedi il Cebreiro, dove mi do subito da fare, dopo un momento di riposo, per celebrare messa nella chiesetta romanica del posto. Sono le 20.30. Ringrazio Dio per questa giornata faticosa, ma redditizia e piena di bellezza.

O Cebreiro: Santuario di S. Maria la Real

Trovo qui alcuni ragazzi del seminario maggiore di Toledo, insieme ai loro due giovani responsabili, che parlano bene l’italiano, avendo studiato a Roma per la licenza in materie teologiche. Hanno iniziato oggi il Cammino e mi invitano a cenare con loro. Siamo a 1.300 metri e la sera è fredda, per cui una minestra calda, condivisa in fraternità, aiuta a scaldare corpo e cuore. Dopo cena viene a trovarmi un giovane frate minore di Compostela, fra Natalio, che inizia oggi il mese di preparazione alla professione solenne. Lo farà in modo originale: si è piazzato con una tenda fuori della chiesetta, per vivere una esperienza di solitudine e di accoglienza spirituale dei pellegrini. Mi dice che a Santiago posso chiedere ospitalità ai Frati Minori, il cui convento è vicino alla cattedrale. Incontro anche un gruppo di italiani che fanno il percorso a piedi. In questi due giorni la sera è stato un momento davvero piacevole, fatto di riposo e comunione. C’è una cabina telefonica fuori e mi viene voglia di sentire familiari e amici in Italia, ma purtroppo non ho spicci!!

domenica 30 agosto 2026

1º giorno del Cammino di Santiago (31 luglio 1996) León - Rabanal del Camino (75 km)

 León - Rabanal del Camino (31 luglio 1996 - 75 km)

 León: Cattedrale

Partito da Palencia, dopo un breve tragitto in treno, arrivo a León alle 10.45, come da orario. Visito la bellissima cattedrale gotica, con le sue incredibili meravigliose vetrate, e mi reco al palazzo episcopale per ritirare le credenziali del pellegrino, con le quali potrò chiedere ospitalità negli ostelli lungo il Cammino. Quindi visito anche la romanica Collegiata di San Isidoro, e alle 12.00 inizio il pellegrinaggio in compagnia di Gai, un giovane americano conosciuto nell’ufficio del turismo, il quale insegna e parla bene italiano e spagnolo. È partito una settimana fa da Roncisvalle in bici e va a Santiago per motivi culturali. A me fa piacere avere un compagno di 

León: vetrate della Cattedrale

viaggio, me lo ero augurato, per il mio solito timore di fronte alle cose nuove. Oltre la bici, porto con me uno zainetto con dentro poche cose essenziali; un equipaggio che più spartano non si potrebbe, visto che lo devo caricare a spalla!!

La prima fermata è a Hospital del Órbigo, con il suo splendido ponte e i nidi delle cicogne sulle guglie della chiesa (spettacolo questo usuale in Castiglia). Mangiato un panino, ripartiamo insieme a due simpatici giovani baschi: Emon, ingegnere, e Jon, insegnante di lingua basca.

Astorga: Palazzo vescovile di Gaudí

Tappa ad Astorga, per visitare lo splendido palazzo episcopale progettato da Gaudí. All’uscita vedo che la mia bici ha una ruota a terra, bucata. Ripenso alle difficoltà dei giorni scorsi e al tragitto ancora da affrontare e mi prende un po’ di scoramento: sembra quasi che il cammino non sia iniziato sotto una buona stella e che la sfortuna mi perseguiti. Ci si mette anche il signore che mi ripara la foratura, il quale mi chiede dove sto andando. Sentito che mi sto recando a Santiago, mi dice che con una tale bicicletta sarebbe meglio andarci a piedi. In ogni caso, alle 18.00 riprendiamo la strada; ci aspettano una ventina di chilometri circa, fino a Rabanal.

Essendo in forma, prendo del vantaggio rispetto ai miei compagni, e sbaglio strada!! Sono preso da una crisi di sete e di motivazioni, ma la gentilezza di una signora, che mi dà da bere e mi fa sedere un attimo in casa, mi ridona energie per coprire i 5 km in più che mi tocca fare. Alle 20.30, giungo stremato a Rabanal del Camino e mi sistemo in uno dei due ostelli del paesino, fatto di poche case, due ostelli e due bar. Doccia fredda: quella dell’acqua e quella di un chiassoso gruppo di ragazzi di Barcellona che arriva dopo di me. Ho il presentimento, rivelatosi poi esatto, che stanotte si riposerà poco.

Rabanal del Camino

Quindi, vado a cercare i miei tre amici, che si sono sistemati nell’altro ostello. Decidiamo di passare prima dal bar a bere qualcosa e poi di cenare insieme. Al bar perdiamo Gai, che si ferma a cenare con un amico conosciuto nel cammino. La cena con Jon ed Emon, nel cortiletto del loro ostello, in compagnia di altri pellegrini, è forse il momento più bello e rilassante della giornata. Momento di condivisione di cose semplici, in un ambiente semplice, condito di amicizia e chiacchiere.

Alle 23.30 vado a letto, ma il dormire non è impresa facile, tra il rumore dei ragazzi e la ridda di pensieri sulla giornata appena trascorsa. Mi trovo a considerare che qui non ho etichette ecclesiali, che in un certo senso mi proteggono; sono uno come tutti gli altri. Ognuno è se stesso, nella essenzialità della vita e nella fatica quotidiana che rende tutti uguali. Forse è lo spirito laico di questo “trekking” verso sé stessi, quale è il Cammino, percorso dai più senza veri motivi religiosi.

venerdì 28 agosto 2026

Cammino di Santiago (28 luglio - 5 agosto 1996) Madrid - Palencia (28 - 30 luglio)

Cammino di Santiago

(28 luglio - 5 agosto 1996)

Ho ritrovato gli appunti del mio ciclopellegrinaggio a Santiago e desidero trascriverli per conservarli. Ho anche deciso di condividere quei ricordi, se a qualcuno potesse far piacere. Purtroppo non ho foto, per cui userò immagini dei luoghi che trovo su internet.

Madrid - Palencia (28-30 luglio 1996)

Sono arrivato a Madrid per partecipare a un incontro di responsabili delle case di formazione delle Province religiose del Mediterraneo, in qualità di vice rettore del postulato di Copertino, visto che fra Giovanni Iasi, rettore, non se l’è sentita di venire.  L’incontro si svolge presso una casa di ritiro dei Padri Mercedari, in località “Los Peñascales”, nelle vicinanze della città. Ci sono venuto anche per cercare di realizzare il desiderio, che coltivo da tempo, di andare a Santiago di Compostela.

Avendo poco tempo a disposizione, dovrò rinunciare ad andarci a piedi e usare una bicicletta. Da subito contatto i frati di Spagna per capire come possono aiutarmi. Mi propongono di partire da León o Burgos, che sono vicini al nostro convento di Palencia. Quella comunità mi aiuterà dandomi una delle bici che posseggono.

Il 28 luglio, alle ore 19.00, parto per Palencia con un autobus di lusso (me lo ricorda il prezzo del biglietto, oltre al trattamento), e alle 22.00 sono a destinazione. L’accoglienza dei frati è un po’ fredda, quasi distaccata (capirò dopo che, da pochi giorni, hanno terminato il capitolo provinciale e alcuni sono in fase di cambio di comunità, con tutto ciò che comporta in quanto a organizzazione e vissuto emotivo). Dopo cena vado a vedere la bici: la catena è fuori posto, una ruota è bucata e la stessa non è niente di particolare. La cosa mi scoraggia, anche perché sento di non poter contare sui frati nella maniera che avevo sperato.

Il pomeriggio del giorno dopo mi reco con un frate presso un riparatore di biciclette. Mi conferma tutto circa la mia prima impressione: la mountain bike non è propriamente adatta a quello che voglio fare; è molto, troppo “normale” e di bassa qualità. Alquanto deluso, decido di dedicarmi a visitare la città (cosa che farò anche per alcune ore del giorno seguente). La trovo sorprendentemente bella, con i suoi scorci e i suoi monumenti e chiese. Mi dico che è valsa la pena venire fin qua e avere la possibilità di conoscere questo tesoro.

Rinfrancato da tanta bellezza e da un momento di intensa preghiera in una cappella di clarisse aperta a tutti per l’adorazione eucaristica, il giorno dopo mi organizzo per il pellegrinaggio e per il ritiro della bicicletta nel pomeriggio. Mi accompagna fra García, fratello religioso disponibilissimo e amabilissimo, segnalatomi da fra Antonio R., di passaggio da Palencia. Fra García, che si era tenuto in disparte non sapendo dei miei progetti, è un provvidenziale unguento che profuma di accoglienza e di fraternità. Al mattino visito con lui altre parti della città e insieme andiamo alla stazione, per informarci su come fare domani a raggiungere León in treno e se è possibile caricare la bici.

Alle 17.00 chiama il riparatore per dire che andrebbe cambiato il piatto del cambio anteriore, che è storto. Sembra che la malasorte si accanisca contro di me. Chiedo a Dio se vuole o no che faccia il pellegrinaggio, ma forse sono io a non essere nelle disposizioni più giuste. Devo provare a lasciare residui da “turista”, per rivestire appieno i panni del “pellegrino”.

Quando andiamo a ritirare la bici, fra García si mostra ancora gentilissimo e non accetta che io paghi la riparazione, perché la bici è del convento; mia unica preoccupazione deve essere il cammino per Santiago, che, a Dio piacendo, vado a iniziare domani.

Prima di andare a letto ringrazio il Signore, soprattutto per avermi fatto incontrare questo splendido confratello, e poi Gli chiedo di accompagnarmi lungo il cammino.

Interno chiesa di S. Michele
Chiesa di S. Michele

 

Chiesa di S. Martin de Frómista
Interno della Cattedrale

mercoledì 18 febbraio 2026

67 ANNI

Il mio primo compleanno a Lanciano, 20 anni dopo il mio primo compleanno in Venezuela. Due terre "straniere": il Venezuela per ovvi motivi; l'Abruzzo perché non mia regione di nascita né mia Provincia religiosa fino alla unificazione della scorsa estate. In entrambi i casi mi sono sentito subito a casa, grazie alla comunità dei frati e alla gente che ci circonda, soprattutto a chi fa vita di fede con noi.

Come sempre è successo nei miei trasferimenti, credo che Dio anche stavolta mi abbia fatto un regalo inaspettato e impensato fino a pochi mesi fa. È stata dura lasciare Copertino dopo otto anni; ma sono felice della nuova esperienza religiosa e di fede che l'obbedienza mi ha chiamato a vivere. Inoltre, mi trovo in un santuario con una storia e una "presenza" che provocano e sfidano la mia risposta di fede.

Per non parlare della città davvero bella, anch'essa con una storia e dei monumenti ragguardevoli, in una posizione ideale di bassa collina, tra il mare Adriatico e le montagne della Maiella. Sarà un meraviglioso impegno esplorare e visitare i luoghi che mi circondano. Intanto, quando posso, esco dall'abitato e cammino nei dintorni, cercando di scoprire percorsi non distanti dal convento e poco trafficati.

Un luogo del cuore è diventata per me l'abbazia di San Giovanni in Venere, nel comune di Fossacesia, a 15 minuti di macchina. Un luogo incantevole. L'abbazia è un vero gioiello romanico-gotico, situata su una piccola altura prospetto mare, con una stupenda vista su un tratto della costa dei trabocchi. Il giorno del compleanno mi sono regalato la mattinata in questo luogo, dove la chiesa e il chiostro invitano alla interiorità, e l’esterno alla contemplazione serena e gioiosa della natura circostante.

Quest’anno – causa olimpiadi invernali – non posso commentare Sanremo e le canzoni che più mi hanno colpito o mi sono piaciute. Non so se è un male, visto che il festival non mi appassiona. Tuttavia ho voluto cercare, tra le canzoni che fanno parte della mia memoria musicale e del repertorio che più mi affascina, quella che potesse caratterizzare il compleanno nº 67. Non me ne veniva in mente una in particolare. Arrivato all’abbazia, due sono sgorgate spontanee dall’archivio dei ricordi: “Meraviglioso”, di Domenico Modugno, e “What a wonderful world”, di Louis Armstrong. Sono grato alla vita per quanto mi ha donato fino ad oggi, e mi commuove la bellezza meravigliosa che la natura riesce ancora a regalare e a regalarmi.

Infine, con il presente compleanno entro ufficialmente nel novero dei pensionati. Lo sapevo già da tempo e mi ero informato su cosa dovessi fare; ma quando mi sono seduto di fronte al responsabile del patronato, ho avvertito una strana sensazione. Di fatto per me non cambia niente, visto che non lascio un posto di lavoro e non mi devo inventare una nuova gestione del tempo; tuttavia, fa un certo strano effetto…









 

mercoledì 20 agosto 2025

Cor ad cor loquitur

 

“Il cuore parla al cuore”. È il motto episcopale di San John Henry Newman, ed esprime l’idea che la comunicazione e la comprensione profonda tra le persone si raggiunge attraverso il cuore, più che con le parole o la ragione. Naturalmente, lo stesso vale – e forse anche di più – per quel che riguarda la comunicazione tra Dio e l’uomo. Dio si conosce più con il cuore che con la ragione.

Questa frase mi è venuta in mente quando, dopo aver saputo della mia nuova destinazione a Lanciano, al santuario del Miracolo eucaristico, qualcuno mi ha detto: “Passi dal cuore di San Giuseppe al cuore del Maestro”. Perché qui, tra il 730 e il 750 d.C., durante una celebrazione eucaristica, al momento della consacrazione, l’ostia si è trasformata in carne e il vino in sangue. Dalle analisi scientifiche fatte, risulta che la carne è parte del muscolo del cuore. Mentre il cuore di San Giuseppe, alla sua morte, fu trovato bruciacchiato, reliquia di un amore ardente per il suo Dio e per i suoi fratelli.

Insomma, passo da un cuore a un altro. La speranza è che il mio non rimanga freddo e indifferente difronte a tanto amore, quello di Cristo, e a così bella testimonianza, quella di San Giuseppe da Copertino. Nella Messa di saluti a Copertino ho detto che sento come se il Signore abbia voluto alzare l’asticella con me. Forse ne avevo bisogno.

Da una settimana mi trovo a Lanciano. Sono ancora un po’ accampato, con robe da sistemare in stanza. Ma si sa, sono lento in queste cose. Una lentezza che crea anche una certa confusione interiore e pratica, ma che mi permette di entrare poco alla volta nella nuova realtà, senza stacchi improvvisi. D'altronde, dopo otto preziosi anni a Copertino, un distacco graduale e nostalgico credo che ci possa stare. Qui sono stato accolto fondamentalmente bene dai frati e dai fedeli, e la nuova realtà non mi dispiace. So che il braccio provvidente e misericordioso del Signore non si è accorciato; spetta a me gioire ed arricchirmi di quello che ancora Lui vorrà generosamente donarmi.

Approfitto per ringraziare Copertino e i copertinesi, insieme ai frati con cui ho vissuto nel santuario di San Giuseppe, per gli anni belli di amicizia fraterna vissuta e condivisa. Dio vi benedica e custodisca.

martedì 8 luglio 2025

Cambio di comunità

I frati al capitolo provinciale

Ormai sono noti a tutti i cambi decisi durante la seconda parte del Capitolo provinciale e che avranno luogo nella comunità di Copertino a partire dal prossimo mese. In uscita: fra Donato, guardiano a Lucera, fra Matteo, guardiano a Lanciano; in entrata: fra Fabio, guardiano, fra Giovanni Iasi, fra Hermes Torres, fra Gianni Strafella. Come ogni cambio, anche questi sono accompagnati da sentimenti contrastanti, legati alla consapevolezza di ciò che si lascia e all’incognita di quanto ci aspetta: tristezza e speranza, perdita e sfida, conosciuto e novità…

Naturalmente, sarebbe da ingenui pensare che io non sapessi del progetto sulla mia persona, sul quale però, saggiamente, mi è stato chiesto di mantenere il segreto, visto che non è raro che le cose cambino in corso d’opera. Ma una cosa è saperlo e dare il proprio assenso, altro è vivere i momenti della preparazione del trasloco e del distacco. Sono i momenti più difficili. Una volta a Lanciano sono sicuro che mi proietterò nella nuova realtà e che sarà una esperienza arricchente. Nel mio caso poi, passo dal cuore di San Giuseppe da Copertino a quello del Maestro.

Vorrei condividere una curiosa coincidenza, o meglio, come si usa dire in termini cristiani con un neologismo, una “Dioincidenza”. La mattina del 30 giugno, giorno di inizio dell’assemblea capitolare, io e fra Donato abbiamo celebrato da soli in chiesa. Quel giorno il vangelo era quello di Matteo al capitolo 8, vv. 18-22: “Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Abbiamo commentato, sorridendo, che Gesù ci stava giocando un bello scherzo, con le esigenze e la radicalità della sequela, proprio adesso.

L’ultimo giorno del capitolo, venerdì 4 luglio, che vangelo ci è capitato nella liturgia?!? Mt 9, 9-13: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori»”. Mi sono sentito ancora una volta interpellato, e questa volta addirittura in prima persona, per via del nome dell’apostolo.

Due indizi non fanno forse una prova?!? Accolgo le indicazioni che mi sono venute dalla Parola e dal discernimento del Provinciale e dei suoi consiglieri. Non sarà facile lasciare Copertino dopo otto anni, benché non possa meravigliarmi o dirmi sorpreso di questo; devo anzi ringraziare Dio per un periodo giusto concessomi, accanto al cuore di San Giuseppe. So già che mi aspetta una fraternità bella e un lavoro pastorale ricco, accanto al cuore del Maestro. Grato a Dio per entrambe le esperienze, quella vissuta e quella che Lui ha preparato per me.

fra Matteo

I guardiani eletti, insieme al ministro provinciale

lunedì 17 febbraio 2025

66 anni

San Valentino 2024

Balorda nostalgia – Prendo in prestito il titolo della canzone vincitrice del festival di Sanremo, terminato ieri notte (15 febbraio 2025). Non ne conosco il testo, però il titolo fa al mio caso. È il primo compleanno da orfano di padre. Ne ho già parlato e non vorrei tediare i miei amici; tuttavia, non posso negare, forse pure per il numero di anni da me raggiunti, che questo e altri compleanni sono vissuti anche all’insegna della nostalgia, balorda o canaglia che sia, ma che sa essere spesso dolce e struggente. La orfanità, alla mia età, ti porta a guardare indietro, certamente con una pungente sensazione di assenza, ma anche, se richiama relazioni serene, con sentimenti di gratitudine; mentre suppongo che da ragazzi o giovani l’orfanità, in talune circostanze particolari, si accompagni a un senso di smarrimento, certo, ma anche a uno sguardo di speranza verso il futuro. Un bel regalo “nostalgico” me lo ha fatto Lina, mia sorella, inviandomi la foto dei miei il giorno di San Valentino dell’anno scorso: come sono cambiate le situazioni in così pochi mesi!!

Ho ripensato ai compleanni vissuti con mio padre e la famiglia al completo. Non sono stati tantissimi. Quelli fino ai 19 anni, quando sono andato via da casa. Fino a 18 anni il mio compleanno coincideva con la festa nazionale (e quindi niente scuola) per l’anniversario dei Patti Lateranensi. Non ricordo però festeggiamenti particolari con gli amici, così come si usa oggi; spesso solo un semplice e verbale scambio di auguri. Ricordo i miei 18 anni perché segnarono per la prima volta, per lo Stato italiano, il passaggio alla maggiore età dai 21 di prima, e quindi la possibilità di votare, come poi avvenne per il referendum sul divorzio. Inoltre, al mio paese, almeno prima, era quasi più importante l’onomastico del compleanno.

01/02/2025: 92 anni di mamma

Comunque, per le feste e gli anniversari, a casa non mancava mai il dolce. La nostra “pasticceria” distava pochi metri dalla “sala da pranzo” (il retrobottega del negozio). Puntualmente, dopo il pranzo, si percorrevano quei tre quattro metri per prendere una “Fiesta Ferrero” per ciascuno, e quello era il nostro dolce. I miei sono sempre stati golosi di quella merendina, forse perché richiamava loro momenti familiari sereni e belli. In verità, mia madre non aveva tempo per preparare torte, e forse non era nemmeno brava a farlo. Una zia, non ricordo chi, mi disse che il cucinare non rientrava tra le passioni di mamma, essendo stata incaricata da bambina non di aiutare in cucina, ma di badare ai piccoli di casa, diventandone quasi una seconda madre. Non so se fosse brava in cucina, ma di fatto sono cresciuto con i suoi odori e sapori; adoravo la pasta e fagioli con il sugo di seppia, o la pasta e ceci con il sugo di baccalà, il ragù domenicale, il pesce in bianco, le bietole con l’uovo, i carciofi ripieni, ecc. Sono contento quest’anno di aver potuto essere presente ai suoi 92 anni, il primo febbraio, ancor più del mio compleanno.

Torta per i 66 anni

66 anni: il gioco dei numeri – Fino allo scorso anno ho giocato con i numeri rovesciandoli  in modo speculare e cercando di fare memoria di quello specifico anno; ma ai 66 sono obbligato a fermarmi. Allora ho pensato a una riflessione sul numero “6”. Come mi ha fatto notare un sacerdote amico, scherzando sul valore dei numeri nella Bibbia, è bene fermarsi a due “6”; tre avrebbero un brutto significato (cf. 666 nel libro dell’Apocalisse: l’imperfezione umana con la sua ribellione a Dio). In generale il numero sei, nella simbologia biblica, rappresenta ciò che è imperfetto, creaturale, inferiore al sette, numero perfetto divino-sacrale, simbolo della totalità voluta da Dio.

Non capisco molto di psicologia evolutiva, ma mi viene da pensare che forse a sei e a sessanta anni  (i due numeri di 66) uno prende consapevolezza, in modo maggiore, della propria imperfezione e fragilità. Il bambino si scopre parte di un mondo che è più grande di lui e della sua comfort zone, con tanto di splendide aperture e nuove scoperte, ma anche con l’incognita di sfide da affrontare e relazioni nuove da intessere. L’uomo di 60 anni si ritrova ricco di relazioni e storie di vita, ma più fragile fisicamente e con molti meno anni davanti rispetto a quelli già vissuti, pur nella consapevolezza di dover affrontare altri tipi di sfide, si spera ora con la saggezza degli anni e l’accettazione serena delle proprie fragilità, da usare magari come punti di forza. E a 66?!? Mi auguro, nel presente anno e nei prossimi, che il vecchio e il bambino, così come cantava il buon Guccini, si tengano per mano e vadano insieme incontro alla sera.

Festival di Sanremo – Quest’anno la kermesse festivaliera è iniziata proprio il giorno del mio compleanno, con l’inedito videomessaggio del Papa sulla musica promotrice di pace ed unità tra i popoli e le persone. Tra le canzoni in gara, presentate tutte il primo giorno, la critica ha parlato bene di quella di Brunori Sas e di Simone Cristicchi, che sono andato ad ascoltare per curiosità (tanto so che tutte o quasi le passeranno poi nelle varie radio e trasmissioni televisive). Le due hanno testi belli e profondi, e infatti non hanno poi vinto. Ho guardato solo alcuni brevi momenti del festival. Al di fuori delle altre canzoni, che non conosco e non posso giudicare, mi sono piaciuti molto la breve, esilarante e acuta performance di Benigni, nonché, tra le co-conduttrici, Cucciari, per la sua fulminea verve ironica, e Balti, per la sua bellezza fisica e umana e il suo sorriso sincero, pieno di gioia e voglia di vivere, nonostante la sua lotta contro un tumore.

mercoledì 25 dicembre 2024

NATALE IN CASA ORNELLI

Il primo Natale senza mio padre… Ho chiesto a Lina, mia sorella, se esisteva ancora il presepe che ha caratterizzato tutta la vita dei miei e che per me rappresenta, da sempre, il Natale, con la sua sacralità e il suo mistero di amore. Le ho chiesto di mandarmene una foto; cosa che ha fatto in meno di mezz’ora, dopo averlo allestito. Si tratta infatti di un presepe “minimalista”, essenziale: una capannuccia di cartone con un po`di ovatta come neve, Maria Giuseppe e il Bambinello, il bue e l’asinello, un angelo a terra, due pastorelli zampognari con poche pecorelle.

Un presepe da montare in poco tempo, visto che i miei non ne avevano molto da potervici dedicare, presi come erano dai loro rispettivi lavori, che li teneva fuori casa per quasi tutto il giorno. Inoltre, mio padre era negato per la manualità, esattamente come me; mentre mia madre, prima figlia in casa di una famiglia numerosa, si era dovuta occupare ben presto delle faccende domestiche, insieme alle sorelle più grandi, soprattutto quella di accudire i fratelli più piccoli, tanto da essere considerata da loro come una seconda mamma. Entrambi erano privi del talento della manualità, forse per carattere – mio padre – e per scelta di vita – mia madre –, ma non erano privi di fantasia e poesia, pur nel pudore delle espressioni.

La loro manualità si è espressa nei lavori di sartoria, mestiere di mio nonno materno. Là mio padre, dopo essere stato costretto ad abbandonare le scuole marittime a Manfredonia, perché occupate dalle truppe di liberazione, fu mandato da mia nonna materna per imparare un mestiere; là ha conosciuto mia madre bambina e l’ha “adottata”, fino ad innamorarsene perdutamente e per sempre. Erano vicini di casa, e forse si sarebbero incontrati lo stesso, ma certamente l’innamoramento fu favorito da queste circostanze. Poi mio padre fu a sua volta “adottato” dai miei nonni materni e accolto dai miei zii, fino a diventare per loro un fratello maggiore e un padre.

Non credo che mio padre sia stato mai entusiasta del mestiere di sarto, pur essendo probabilmente bravo, tanto che mio nonno lo assunse nel suo “atelier”, sia di Monte che di Foggia, dove ci si spostava quando il lavoro scarseggiava in paese. A quell’epoca non si diventava ricchi facendo il sarto, mestiere parecchio diffuso a Monte Sant’Angelo. Mio padre tentò anche la fortuna a Milano, dove lavorò per cinque anni da sarto insieme ad altri coetanei montanari, dal 1950 al 1955, ma i guadagni erano scarsi, tanto che decise di tornare e dedicarsi ad altro: gestore di bar di uno zio materno, prima a Foggia e poi a Monte; lavoro al cinema come maschera e addetto al controllo dei biglietti; dipendente, infine, di mia madre nel negozio ereditato dai nonni, attività sviluppata e ingrandita da lei. Perché riconosco che mia madre aveva una mentalità imprenditrice e coraggio nelle scelte concrete; mentre mio padre era più prudente e sognatore. Insomma, una coppia ben assortita nelle loro diversità. Si sono davvero amati, pur non mancando a volte divergenze di opinioni, con complice pudica passione, romantico mio padre, aliena da smancerie mia madre.    

Presepe nella Stalletta a Copertino

Tornando però al Natale, se devo pensare a un “presepe del cuore” nella mia vita, l’immagine che mi viene è proprio quella del presepe suddetto. Un presepe da montare in pochissimo tempo e un alberello che ne richiedeva appena di più. Tuttavia per me, nel mio immaginario, costituiscono la rappresentazione più potente ed efficace della magia del Natale e della contemplazione del Dio Bambino. Magari mi si dirà che è perché fanno parte della mia infanzia e adolescenza, e credo che possa corrispondere a verità. Eppure ho visto presepi di ogni tipo, alcuni stupendi, dovuto forse anche alla mia “professione”, ultimo quello di quest’anno allestito nella stalletta dove è nato San Giuseppe da Copertino, nel santuario che la custodisce e dove sono di famiglia. Nella mia adolescenza e prima giovinezza ho aiutato per anni i miei amici più fantasiosi e capaci di realizzazione pratica ad allestire il presepe nella mia parrocchia di San Francesco d’Assisi. Il mio ruolo naturalmente era quello del “manovale”, figura che non so se esiste tra i pupi del presepe… Presepi sempre molto belli e artistici, con studio e aggiunta di qualche novità ogni anno; momenti belli di amicizia e condivisione fino a sera tardi, che allora corrispondeva a orari molto meno notturni di oggi. Normalmente lo terminavamo dopo l’Immacolata; mancava però sempre l’ultimo dettaglio: il muschio, che il più delle volte andavamo a raccogliere un paio di giorni prima della notte di Natale (ricordo una volta il pomeriggio del 24…), spesso arrampicandoci sulla parte rocciosa del castello dalla parte dello Scotto, con le mani gelate per il freddo invernale.

Il “mio” presepe di famiglia, comunque, era e resta per me efficacemente suggestivo, pur nella sua essenzialità, o forse proprio per questo. Il mistero di amore del Natale, Dio che entra nel mondo e nella storia degli uomini da bambino, facendosi piccolo, “adattandosi” ai nostri limiti e assumendo le nostre fragilità. Un mistero rappresentato in un presepe, quello di casa mia, che si “adattava” agli spazi angusti della casa, incurante di essere posto sul frigo o su una mensola della ridottissima “sala da pranzo”, dove mangiavamo “ad incastro”, tra cucina, mensa e televisore. Mi piace questo Dio bambino non esigente, che entra in ogni casa adattandosi ad essa, cercatore di spazi interiori, dove prendere posto e portare pace. Ripenso con gratitudine al nostro angelo annunciatore di gioia e pace, non posto in alto, ma piantato a terra, ad altezza uomo, come il Salvatore di cui proclama la nascita. Mi piace immedesimarmi nei due pastorelli zampognari, poveri di pecore, ma ricchi di musica, poesia e gioia.

sabato 2 novembre 2024

Era mio padre. 26 settembre – 2 novembre 2024

Il 2 novembre di quest’anno ha per me un sapore tutto particolare, agrodolce. Il 26 settembre è morto mio padre, per cui oggi, commemorazione di tutti i defunti, il mio pensiero corre particolarmente a lui, e lo commemoro in modo speciale insieme alla mia famiglia. Sapore agrodolce, come quello provato il giorno del suo funerale e i giorni seguenti, e ogni volta che il pensiero ritorna a lui. Agro, per il dispiacere e dissapore di non averlo più tra noi fisicamente, evento al quale non si arriva mai davvero preparati, tanto che anche la memoria diventa pastosa, intrisa di lacrime che si obbligano a non uscire, e pudiche nostalgie inespresse e inesprimibili. Dolce, per il dono lungo di anni insieme a noi, per una sofferenza fisica abbastanza breve e non particolarmente acuta negli ultimi tempi della sua esistenza terrena, ma soprattutto per l’esempio di vita che ci ha donato e lasciato in eredità.

Non temo di essere smentito se dico che mio padre ha vissuto una bella vita, non scevra da difficoltà e sofferenze varie, ma fondamentalmente bella. È stato un uomo buono, e da giovane anche parecchio bello. Di animo nobile, gentile nei modi, intelligente, amante della lettura (da pensionato ha divorato caterve di libri) e dei films (soprattutto western), gran camminatore, appassionato di ciclismo, poco incline a occupare primi posti, incapace di mettersi in mostra, con punte di timidezza senza essere introverso, sincero e disinteressato nelle relazioni umane, romantico e sensibile nel cuore e nelle espressioni (specie da anziano, quando alcuni filtri gli erano caduti e non provava vergogna nel fare complimenti ed esprimere gratitudine), dotato di un fine senso dell’umorismo, incline al buonumore e al sorriso (la risata sguaiata non gli apparteneva, e credo che noi figli abbiamo preso da lui e mia madre in questo), riconoscente verso le persone amiche, empatico nei rapporti umani, generoso nelle necessità altrui, grato verso la vita. Sapeva voler bene, ed era facile e spontaneo volergliene. Naturalmente, papà aveva anche i suoi limiti e debolezze, come tutti, ma senza nessuna cattiveria o furbizia. Non era santo già fatto, da nicchia; tuttavia, aveva quelle caratteristiche di santità quotidiana, della porta accanto, di cui parla il Papa e che si esprimono attraverso una umanità ricca, calorosa e accogliente.

Caratteristiche testimoniate da tante persone che hanno scritto e parlato di lui, arricchendo la mia conoscenza. Ho appreso circostanze ed episodi, di lui e di mia madre, che mi hanno commosso. Al suo funerale erano in tanti, molti si sono fatti vivi e presenti, e penso di poter affermare con sicurezza che non lo hanno fatto per amicizia verso noi figli, ma per riconoscenza e stima verso di lui. Negli ultimi anni di vita, vissuti in casa di riposo, era riuscito a farsi accettare e voler bene da tutti per la sua gentilezza e amabilità; tutto il personale era sinceramente dispiaciuto per la sua morte e commosso al momento di darci le condoglianze.

Papà era poi grandemente, follemente ed eternamente innamorato di mia madre, la cui bellezza è riuscito a contemplare fino agli ultimi giorni di vita. Senza ombra di piaggeria e nella più assoluta convinzione ci ripeteva spesso e fino alla fine: “Guardate come è bella vostra madre”. Ai suoi occhi la bellezza di mia madre non è stata mai intaccata dal trascorrere del tempo. È stato il grande amore della sua vita. Le arrabbiature più vere e forti le aveva se qualcuno si permetteva di offendere sua moglie. Non erano reazioni violente, perché la violenza fisica o verbale non gli apparteneva (da lui non ho mai ricevuto uno schiaffo, pur avendone meritato a volte); ma metteva in chiaro il suo pensiero, disposto a difendere mia madre ad ogni costo. Nessuno la conosceva, stimava e amava quanto lui. C’erano a volte incomprensioni tra loro, come in ogni relazione umana, ma i loro litigi finivano subito e ritornava spontanea la complicità di una vita (si conoscevano da 82 anni, sposati da 67).

Da qualche mese la salute di mio padre era andata deteriorandosi. Non era più riuscito a rimettersi in piedi ed era spesso stanco, desideroso di rimanere a letto. Ultimamente le sue quasi uniche parole erano: “Dio mio, per favore”. Tuttavia, ogni volta che gli si chiedeva come stesse, rispondeva sempre: “Bene!!”. L’invocazione a Dio penso gli scaturisse dalla sua fede semplice, non bigotta. Da pensionati, sia lui che mamma, si sono potuti dedicare maggiormente a una pratica religiosa: messa quotidiana, rosario, lodi e vespri. Poi lui, mattiniero, recitava le sue preghiere del mattino, ad alta voce, in cucina, al piano di sotto. Non ha voluto mai appartenere a un gruppo; però aiutava mia madre in tutto ciò che si riferiva all’OFS, da preparato simpatizzante. Tutti i vicini poi ricordano la sua opera samaritana per portare in chiesa alcune anziane bisognose di accompagnamento, dopo aver lasciato mia madre, e a volte in condizioni di disagio per pioggia o neve.

Pertanto, abituato a un padre brillante e affabulatore, ho avuto difficoltà a riconciliarmi con le fragilità del suo stato presente. Aveva ormai smesso di leggere, forse perché faceva fatica a ricordare la trama di un racconto o di un articolo. Benché, avendolo spinto a farlo pochi giorni prima di morire, sono rimasto sorpreso dalla sua capacità di leggere correttamente e fluidamente, pur avendo difficoltà a coglierne senso e significato.

Avvisato il 25 settembre da mio fratello e mia sorella sulle sue condizioni peggiorate, il 26 mattina sono partito da Copertino alla volta di Monte. Il pomeriggio siamo stati tutti e tre nella stanza, accanto a lui ormai agonizzante, alternandoci nella compagnia a mamma, ignara della gravità della situazione. Dopo cena eravamo tutti attorno al suo letto. Io ero sulla sua sinistra; Lina gli teneva la destra. Ogni tanto alzava il braccio sinistro e io gli prendevo la mano, pensando che cercasse un contatto fisico in un momento tanto forte; ma appena gliela prendevo lui abbassava il braccio, per poi tornare ad alzarlo. Questo si è ripetuto finché siamo dovuti venir via, intorno alle 21.00; Lina insisteva per rimanere, ma non era consentito. A mezzanotte ci hanno chiamati per dire che era spirato. Secondo i nostri calcoli dovrebbe essere morto tra le 22.30 e le 23.00.

Il giorno dopo è stato un viavai di persone commosse, grate per la sua esistenza terrena. La loro presenza e le tantissime testimonianze di affetto e stima sono state un balsamo per il nostro dolore. Lina si rimproverava del fatto che papà fosse morto solo, senza la nostra presenza. Carmen, da buona venezuelana, mi ha fatto leggere il gesto di alzare il braccio da parte di papà in un modo molto latinoamericano, frutto di una fede semplice, che mi ha dato certa consolazione. Secondo lei, e ne condivido l’interpretazione, in quei momenti la stanza di mio padre si è riempita di spiriti di persone defunte a lui care, per cui non è morto solo, ma in grande compagnia, accompagnato e consolato da quelle anime buone. E poi certamente era presente Gesù con sua madre.

E allora mi piace pensare che ci fossero i suoi cari genitori: mia nonna Maria, donna volitiva e determinata, dolce e generosa; mio nonno Matteo, persona mite e di umore fine, come mio padre; i nonni materni Pasquale e Caterina, che lo hanno accolto in famiglia da adolescente, in qualità di apprendista sarto, quasi come un altro figlio; la sorella unica di papà, zia Libera Maria, morta giovanissima di setticemia, della quale egli non parlava, credo per non riaprire una ferita mai chiusa, lasciando orfano mio cugino Franco, “adottato” dai nonni e considerato come figlio da mio padre, con un affetto ricambiato; i due cognati Michele: quello di Roma, per lui un fratello amato e atteso durante i giorni delle vacanze a Monte per la leggerezza che gli trasmetteva con le sue iniziative e il suo umore, e zio Michelino, considerato un fratello minore, la cui morte ha fatto soffrire tanto lui e mamma; zia Enza, di due anni più piccola di mamma, e perciò da sempre nella sua geografia affettiva; e poi tanti amici e parenti con i quali si sono voluti molto bene. Insomma, quella stanza, la sera del 26 settembre, credo che fosse piena all’inverosimile di belle e buone presenze. Mio padre non è morto solo, decisamente.

Il giorno del funerale ho ringraziato tutti i presenti, e i tanti assenti, per il bene voluto a mio padre, certamente meritato. Papà ha da sempre desiderato essere seppellito nella tomba insieme a sua madre, e ha chiesto che la lapide fosse semplice, senza luce e portafiori, naturalmente per non arrecare il benché minimo fastidio a noi figli, come sempre si è premurato di fare. Queste indicazioni le abbiamo rispettate. Non siamo riusciti ad adempiere le altre due richieste: quella di non piangere, e quella di andare, dopo il funerale, a bere un caffè al bar; ma penso che ci avrà perdonati.

Lapide provvisoria

Oggi mi sarebbe piaciuto andare a fare una visita alla tomba di mio padre, ma non mi è stato possibile. Lina però c’era, a rappresentare me e Pasquale. Mi sono ricordato della frase che mio padre ripeteva spesso: “Venitemi a trovare ora che sono vivo, perché da morto non serve”. Noi figli abbiamo condiviso con i nostri genitori il tempo che gli impegni ci hanno permesso; Lina più di tutti per i mesi che trascorrevano da lei dopo la pensione, e finché hanno potuto viaggiare. È vero però che serve relativamente andare a trovarlo al cimitero – anche se non smetteremo mai di farlo ogni volta che ne avremo la possibilità – perché ora è lui che viene a trovare noi, anzi ci accompagna dovunque siamo. Tanto è vero che poco fa Lina, in visita a Monte, essendo andata alla casa di riposo a trovare mamma, non riusciamo ancora a capire quanto consapevole del fatto di papà, mi ha raccontato che avendola portata nella stanza delle visite, come si è soliti fare, lei le ha chiesto dove fosse mio padre e perché non portasse anche lui, visto che le era stato accanto tutto il pomeriggio. La cosa non ha spiegazioni logiche o razionali. Abbiamo concluso che in questo giorno particolare lui abbia voluto farle compagnia. D’altronde si sono così tanto amati, che neanche la morte riuscirà a separarli; sarà impossibile staccarli, finché non si ricongiungeranno ancora, per l’eternità.