giovedì 9 marzo 2017

11 febbraio 2017: 58 anni

Abitanti de Los Pantanos di fronte alla cappella
A quasi un mese dal mio compleanno, finalmente mi sono potuto sedere e buttare giù qualche riga, come uso fare ogni volta che celebro questo anniversario.

58: un numero che mi ha fatto pensare. Sarebbe bello, almeno per me stesso, mantenere il racconto dei miei compleanni, e poter ancora farlo quando questi numeri saranno invertiti. Perché sento da sempre che la vita, con i suoi giorni e anni, è una benedizione. Ogni anno ho cercato di accompagnare il mio compleanno con una colonna sonora. Quest'anno ero in serie difficoltá. Poi la sera prima mi sono imbattuto nella nuova canzone di Fiorella Mannoia “Che sia benedetta”, un bellissimo inno alla vita, appunto. L'ho considerata un regalo inatteso. L'ho subito assunta come colonna sonora di questo compleanno. Ho letto in seguito delle polemiche circa un eventuale plagio della musica, cosa che non mi interessa. Mi basta ascoltare e meditare il testo, pur dentro di una musica accattivante. La stessa sera ho guardato, su Youtube,  a spizzichi e mozzichi, il film “Perfetti sconosciuti”. Non era un download del tutto buono, ma mi è piaciuto il film e anche il fatto di trascorrere un paio d’ore da “italiano”, per la ambientazione, la trama e il modo di trattare le tematiche.

Nella trattoria del Paisa

L’11 è trascorso all'insegna di una bella normalità. Al mattino mi sono recato a celebrare alla cappella de Los Pantanos, il settore della parrocchia più alto e distante, forse anche il più povero, sotto tutti i punti di vista; il pomeriggio ero in chiesa a disposizione di chi avesse voluto confessarsi. Un compleanno passato piuttosto in silenzio, perché pochi sapevano. In fondo è il primo a Pueblo Llano, visto che l'anno scorso ero a Cuba. Fa bene però, a volte, vivere alcuni eventi della vita senza troppa pubblicità e manifestazioni pubbliche... La torta, buonissima, me l’ha preparata fray Carlo. Il 12 siamo stati invitati a cena dal Paisa e famiglia, nella loro trattoria, dove hanno voluto cantarmi gli auguri per il compleanno, di cui non sapevano il giorno prima, e tagliare un’altra torta, anch’essa squisita, in mio onore. Insomma, ho fatto una buona scorta di zuccheri, utile per questi tempi di magra e per eventuali nostalgie affettive. 

Villaggio de Los Pantanos
Molti mi chiedono come sto, preoccupati per le notizie che ricevono sul Venezuela. Io posso dire di star bene. La comunità di Pueblo Llano è privilegiata rispetto ad altre zone del paese, dove la situazione è davvero forte. Qui il problema principale non è ancora il mangiare, anche se ci sono molte più difficoltà rispetto a prima, ma le medicine, molto scarse e spesso introvabili. Si muore per cose che prima si potevano curare in modo semplice (ipertensione, depressioni, crisi epilettiche e convulsive...), ed è aumentata di parecchio la percentuale di mortalità infantile. Amnesty International parla di una scarsezza del 97 % in medicine comuni e del 70% per quelle di alto costo. L'inflazione poi è a livelli spaventosi. L’anno scorso, secondo statistiche attendibili (il Banco Centrale non ha mai pubblicato i dati ufficiali, né lo fa) l’inflazione è stata del 700 per cento; mentre per il 2017 si prevede del 2.000 per cento, con ripercussioni sul valore del denaro e il costo della vita facilmente immaginabili. O forse, difficile
Paesaggi de Los Pantanos
 anche da immaginare, per chi non li vive. Per fare solo un esempio, lo stipendio minimo era di 700 bolívares quando sono arrivato in Venezuela dieci anni fa, e quasi bastava per una vita decente; oggi è di 45.000 bolívares ed è del tutto insufficiente. Nel 2016 lo stipendio è stato aumentato più volte, e nel 2017 pare siano previsti quattro ulteriori aumenti. Una corsa affannosa, e persa, dietro il costo della vita. Con il governo che, in modo infantile, continua a distribuire colpe, senza voler cocciutamente riconoscere le proprie, gravissime, lasciando così il paese in stand by e giocando con la vita dei cittadini, specialmente dei più deboli, quelli che dicono di difendere e di aver valorizzato, e che sempre più spesso sono costretti a cercare qualcosa da mangiare nella spazzatura. Inoltre si rifiutano aiuti internazionali, perché questo significherebbe ammettere che ci sono problemi e che si è fallito nelle politiche economiche degli ultimi anni. Ma chi paga tutto questo?!? La risposta è ovvia...
Paesaggi de Los Pantanos
A livello politico, si può dire che viviamo sotto un regime mascherato di democrazia, colluso con le forse armate, con militari sempre più influenti e in posti di potere importanti. Da circa un mese hanno oscurato CNN in spagnolo, guarda caso dopo l'ennesimo servizio sulla corruzione del governo, con riferimento stavolta a passaporti venezuelani venduti a persone collegate con il narcotraffico e il terrorismo internazionale. Chavez aveva chiuso RCTV, Maduro ha oscurato già tre emittenti internazionali, due colombiane e CNN. E non si hanno notizie certe sulle radio. A queste semplicemente non danno o non rinnovano la licenza se non sono "comunitarie". Se in Italia dovessero chiudere tutte le emittenti che criticano il governo, ci ritroveremmo quasi senza stazioni radio ed emittenti televisive. I giornalisti sono spesso minacciati o arrestati, ma anche chiunque abbia una voce differente e critica. L’Assemblea Nazionale, camera unica parlamentaria, con maggioranza all’opposizione, è messa nell’impossibilità di legiferare, combattuta di continuo e completamente ignorata. Se si aggiunge che il potere esecutivo, giudiziale ed elettivo sono in mano del partito al potere, allora il quadro è spaventosamente completo.
Paesaggi de Los Pantanos
In quanto alla condizione sociale, le statistiche di Amnesty International parlano di carceri tremendamente sovraffollate, all’interno delle quali comandano e vivono come in hoteles i capibanda, con i quali deve scendere a compromessi lo stesso governo, incapace di mantenere l’ordine al loro interno, dove girano indisturbate armi e droghe. L’indice di omicidi è di 92 ogni 100 mila abitanti, che fa del Venezuela il paese più violento al mondo tra coloro che non sono in guerra (ma occuperebbe anche un posto alto tra quelli che lo sono). L’impunità supera il 95% dei delitti commessi.
Paesaggi de Los Pantanos
Tutto questo ha portato a un gran desiderio di fuggire, soprattuto di giovani e di cervelli. E d’altronde, con che coraggio si può condannare tale emigrazione? Si ha diritto a vivere almeno tranquilli. Naturalmente, il governo sta scoraggiando tutto questo, ponendo ostacoli molto forti. Già è difficile ottenere un visto per l’estero; ma a questo si deve aggiungere che i viaggi hanno prezzi pressoché impossibili per un venezuelano medio; che il costo di un passaporto nuovo o di un suo rinnovo è di 150.000 bolívares (ricordate che lo stipendio base è di 45.000...); che è quasi impossibile timbrare titoli scolastici affinché siano riconosciuti come validi all’estero.
Comunque, sarebbe davvero lungo parlare di questa situazione generale e dei tantissimi episodi legati alla vita della gente, di cui si viene a conoscenza, e che generano spesso rabbia e disanimo. In internet si possono trovare notizie al proposito. Ma io sto bene...

venerdì 10 febbraio 2017

11 anni in Venezuela

Oggi, 8 dicembre 2016, festa dell’Immacolata, compio 11 anni dalla mia prima intera giornata in Venezuela, vissuta allora per metà a Caracas e l’altra metà in un allucinante viaggio a Guanare. Da dove il giorno dopo sarei ripartito per il seminario di Palmira. Il 6, festa di San Nicola, ero partito da Gravina per Roma. Giornata “dura”, senza essere triste. Malinconica piuttosto, con una ridda di sentimenti difficili da gestire. Il 7 dicembre 2005, festa di San Ambrogio, viaggio aereo per il Venezuela, dove approdavo il pomeriggio di qua, notte in Italia.
Furono 3-4 giorni intensi, rapidi, che non mi diedero quasi tempo di respirare, di pensare, di digerire il cambio. Ma forse è stato meglio così. Una full immersion, senza possibilità di leccarmi le ferite del distacco e coltivare la nostalgia, benché il ricordo e l’affetto per la mia terra e la mia gente restano inalterati. Una settimana dopo il mio arrivo mi sono addirittura dovuto “inventare” missionario “navideño” in una zona di allevamenti in pianura, con un caldo umido bestiale. Altro che “bianco natal...”.

È proprio vero che spazio e tempo non sono entità rigide ed esatte, ma rispondono piuttosto alle emozioni e dipendono dal vissuto. Si usa dire “mi sembra ieri”. E davvero lo sembra. Nel ricordo il tempo si contrae. Tutto acquista la evidenza e nitidezza dell’appena passato. Lo stesso spazio si confonde, e ti senti proiettato, alternativamente, nei luoghi del “sentire”, là dove hai vissuto l’esperienza. So dove mi trovo; ma, in giorni come questi, mi sento contemporaneamente in piú luoghi e in tempi differenti. Sará grave?!?

Hoy, 8 de diciembre de 2016, fiesta de la Inmaculada, cumplo 11 años desde mi primer entero día en Venezuela, entonces vivido por mitad en Caracas y otra mitad en un alocado viaje para Guanare. Desde donde, al día siguiente, hubiera vuelto a salir para el seminario de Palmira. El 6 de diciembre de 2005, fiesta de San Nicolás, había salido de Gravina para Roma. Día “duro”, sin ser triste. Melancólico, más bien, con un torbellino de emociones difíciles de manejar. El 7 de diciembre, fiesta de San Ambrosio, viaje en avión hacia Venezuela, donde aterricé por la tarde, ya noche en Italia.
Fueron 3-4 días intensos, veloces, que no me dieron casi tiempo para respirar, pensar, digerir el cambio. Sin embargo, tal vez, fue mejor así. Un entrar de pleno en la nueva realidad, sin tener chance de lamer las heridas por la separación, ni cultivar la nostalgia, aunque el recuerdo y el cariño para con mi patria y mi gente permanecen inalterados. Encima, una semana después tuve que “inventarme” como misionero navideño, lanzado en una aldea del llano tachirense, en medio de crías de ganado, con un increíble calor húmedo. Todo lo contrario del “clima navideño” italiano, frío hasta nevar. Un verdadero choque cultural…
Es verdad, espacio y tiempo no son entidades rígidas y exactas. Antes bien, responden a las emociones del momento y dependen de lo vivido. Se acostumbra decir “me parece como si fuera ayer…”. Y de veras se parece así. En el recuerdo el tiempo se contrae. Todo adquiere la evidencia y nitidez de lo recién acontecido. El mismo espacio se desdibuja. Te sientes proyectado, alternativamente, en los lugares del “sentir”, allá donde has vivido la experiencia. Sé claramente donde me encuentro ahora; pero, en fechas como éstas, me siento contemporáneamente en varios lugares y diferentes tiempos. ¿!¿Será algo grave?!?


How we were


Ieri (17 novembre 2016) mi è arrivata questa foto. Si riferisce a una delle squadre parrocchiali che padre Vittorio Ciaccia metteva insieme, e alla quale mi univo durante le mie vacanze a Monte, dopo l’anno di studi teologici. Mi ha dato modo di pensare alla mia passione per il calcio.
Ho cominciato a conoscere di più, amare e praticare questo sport quasi tardi, quando ero già in prima media. Da allora non mi ha più abbandonato. Adesso ho appeso le scarpe al chiodo. Meglio, circa 3-4 anni fa si sono appese da sole. Quando ho rotto irreparabilmente il paio che stavo usando, ho pensato che potesse essere un segnale e che forse era giunto il momento di smettere con la pratica attiva. Anche perché, in tutti questi anni, non avevo mai sofferto alcun tipo di infortunio serio, per cui non mi sentivo di continuare a sfidare la buona sorte. Guardo con piacere le partite alla televisione, senza essere tifoso di alcuna squadra. Mi piace godermi il bel gioco di squadra e le azioni individuali. Se mi prende la voglia di giocare ancora qualche partita?!? Sempre!!! Ma non ho scarpette adatte... e poi, sono fuori allenamento.

Ricordo con immenso piacere e nostalgia i pomeriggi, soprattutto primaverili ed estivi, passati a giocare a pallone insieme agli amici del rione. Avevamo messo su una squadra fortissima, imbattibile per gli altri coetanei di Monte. Io ero terzino destro. Non sono mai stato un campione. Piuttosto un giocatore corretto, che ha sopperito con la carica agonistica alla mancanza di talento. Avevo polmoni per correre sulla fascia, quando appena avevano cominciato ad affermarsi i difensori che sapessero superare la linea di centrocampo e appoggiare le azioni di attacco. Stava nascendo il calcio totale in Olanda... Mi piaceva Marchetti, della Juve, poi Tardelli; oggi mi identificherei con Florenzi. Intanto si era materializzato un regalo inatteso e graditissimo: in parrocchia si era riusciti a costruire un piccolo campo di calcetto e pallavolo, divenuto luogo di ritrovo giornaliero per tutti noi. E non importa che si fosse rovinata una parte del chiostro antico. A quei tempi ce ne importava poco e tutto perdeva di valore di fronte a un simile dono. Un oratorio tutto nostro!!!

Poco a poco, con l’inizio delle superiori, lo stringere nuove amicizie e la “fuga” dal paese in cerca di lavoro da parte della maggior parte degli amici d’infanzia portò alla “rottura” naturale e inesorabile di quella splendida squadra fatta di persone cresciute sotto lo stesso campanile, nella stessa piazzetta di San Francesco. Continuarono le interminabili sfide a pallavolo e calcetto (4 contro 4) nell’oratorio, mentre i superstiti iniziammo a frequentare la scuola calcio del paese, dove arrivammo con l’occorrente nelle solite buste di plastica e le nostre scarpette rappezzate e resuscitate fino all’inverosimile da “Ngiulin u scarper”. Passammo a borsoni piú decenti, a due allenamenti settimanali e la partita la domenica, alcuni già con la prima squadra (io non ero tra quelli eheh), alla possibilitá-obbligo di fare la doccia dopo ogni impegno, vera impresa spartana durante i freddi mesi invernali. Inoltre ero parte della squadra di calcio del Liceo Classico, altra bella esperienza di amicizia e di vita.

Durante gli anni di studio della teologia, mi sono riciclato centrocampista, un po’ come... Tardelli. I polmoni erano sempre i soliti, e il cambio non ha nuociuto sulle prestazioni, anzi... Il poter spaziare e correre ancor di piú, rinnovó e diede ancor maggior vigore al mio entusiasmo per questo sport. Continuavo a non essere un campione, naturalmente, peró i miei compagni mi consideravano un perno fondamentale della squadra. Alcuni anni dopo mi sono ritrovato in quella splendida canzone di Ligabue “Una vita da mediano”.
Arrivato a Copertino ai 28 anni, e fino a “fine carriera”, ho continuato a giocare quasi esclusivamente a calcetto, riducendo gli spazi, e passando dagli scatti lunghi e brevi al moto perpetuo. Un modo diverso di interpretare il gioco del calcio, ma ugualmente pieno di gioia e divertimento.

Insomma, penso di poter affermare che il calcio é stato per me una buona scuola di vita. Come tutti gli sports di squadra, mi ha insegnato a socializzare; a lottare, soffrire, esultare e gioire insieme agli altri; a mettermi a disposizione del bene comune, apprezzando le differenti caratteristiche degli altri e armonizzandole con le mie. Mi ha insegnato a lottare per migliorare limiti tecnici personali (per esempio, imparare a calciare un po’ anche col sinistro), o a viverli meglio nel gioco di squadra. Inoltre mi ha aiutato a conoscere persone, soprattutto durante i miei anni di giovane sacerdote, quando ho potuto avvicinare parecchi giovani e adulti grazie anche a questo sport. E poi, il calcio mi ha regalato tanto, ma tanto divertimento!!

giovedì 24 marzo 2016

Il mio saluto a La Habana

Calle Cuba
La mia permanenza di due mesi a La Habana è ormai agli sgoccioli. Tra poche ore sarò di nuovo in Venezuela. Ci sono arrivato il 7 gennaio e ritorno l’11 marzo. Sono venuto per sopperire all’assenza di fra Silvano Castelli, in Italia per operarsi. Sono stato il suo sostituto in tutto ciò che concerne l’aspetto formativo con i postulanti e professi semplici, e il lavoro pastorale nella parrocchia di Santa Clara, quartiere popolare di Lawton. Chi mi conosce sa quanto mi costano le partenze, gli addii. Mi adatto e affeziono facilmente alle situazioni umane e geografiche, per questo mi pesa andar via, soprattutto quando so che forse non avrò mai più occasione di rivedere persone e luoghi. Per di più è stato facile affezionarsi a La Habana e alla sua gente, quasi fino a innamorarmene, o almeno a prendermi una cotta. Specie se si ha il privilegio di vivere in Calle Cuba, nel centro di Habana Vieja, nel cuore della città, con le sue contraddizioni, che impari ad amare, apprendendo presto a convivere con esse: turisti con dollari ed euro, e povertà che si barcamena tra moneda nacional y moneda dolarizada; palazzi splendidamente restaurati e autentiche catapecchie decrepite; odori di leccornie dai ristoranti e trattorie, e fetori per le vie; marmo negli hoteles e manto stradale dissestato; varie proposte culturali in auditori e chiese, e proposte ai turisti di compere e di puro divertimento, spesso di tutt’altro genere (in genere cucina e sesso). Mi mancherà La Habana. Mi mancheranno le cose delle quali ho potuto godere in questi due mesi.

Frati e formandi del convento de La Habana
Prima di tutto, mi mancheranno le persone che ho conosciuto e con le quali ho condiviso tempo e relazioni. Quattro anni fa, quando venni per un incontro latinoamericano dei frati conventuali responsabili delle nostre presenze nel continente, l’esperienza fu ugualmente bellissima. Ma si trattò piuttosto di una conoscenza “geografica”, condita con pezzetti di vita cubana. Questa volta la geografia è fatta di volti, relazioni, vita, storie e storia. Cuba non è più solo una bella isola, ma tutto un insieme di facce. Difficile raccontare tutto il vissuto e ascoltato, a volte davvero di gran impatto.
Mi porto nel cuore i miei confratelli frati, specie padre Fernando, mio vecchio maestro di noviziato; i giovani in formazione (fray Danisandro, fray José Manuel, fray Riduán, Sandy, Kenier e Ernesto); le due collaboratrici familiari Mirta e Mirna; la bella gente della parrocchia: i collaboratori nei vari settori (María Eugenia, Isabel, Cilita, Marlene, Adriana, Rosa, Yurek, Papito...), gli accoliti (Chino, Leo, Mario), i bambini (Leisis, Vanesa, ecc.) e adolescenti (Shakira e compagnia) del sabato con i loro rispettivi catechisti (Saudit, Elianet, ecc.), i fedeli della domenica, il gruppo del corso di catecumenato; le suore brigidine, alle quali ho celebrato qualche volta messa e ho predicato due ritiri mensili, che sempre tanto bene mi hanno accolto, con familiarità e allegria. Tutti si sono presi un pezzo di cuore e in questo hanno occupato uno spazio sacro.
Frati partecipanti agli esercizi spirituali
Molto bella anche l’esperienza, per me nuova, della predica degli esercizi spirituali ai francescani dell’isola. 22 partecipanti in tutto, compresi i giovani in formazione; ne mancavano proprio pochi. Tema: la Misericordia nelle parabole di Luca. Ho cominciato con timore e ansia, ho terminato rilassato, per l’accoglienza semplice dei partecipanti; con gioia, per l’opportunità di vivere preziosi momenti di fraternità. Le suore salesiane di Peñalver, che ci hanno ospitato, sono state un vero amore.

Mi mancherà la possibilità delle passeggiate in giro per la città, quasi sempre in piano, potendo scegliere di cambiare percorso e, con esso, approccio visivo-emotivo alla realtà. Ho camminato parecchio, spessissimo lungo il lungo lungomare (“malecón” in spagnolo), tra turisti, pescatori e alcuni pellicani di casa. Ho cercato il mare, come elemento della mia formazione. L’ho visto calmo e notevolmente agitato, con onde piuttosto alte. Nella mia vita il mare è stato sempre un orizzonte possibile, o l’ho considerato tale. Credo che esso, per noi montanari del Gargano, sia un elemento degli occhi e dell’anima, ancorché e prima che geografico. Ho voluto, perciò, riempirmene la vista, anche perché mi è stato comodo farlo; la “bahía” infatti dista pochi metri dal convento. Non ho fatto nemmeno un bagno, sia perché le spiagge non sono proprio a portata di mano, sia perché non si è creata l’occasione, sia perché non ne ho sentito il bisogno.
Malecón
Ricordo con piacere le passeggiate in gruppo alla basilica della “Virgen de Regla”, all’altro lato della baia; alla chiesa di “Cristo Rey” dei passionisti, dopo aver percorso quartieri popolari; alle chiese dei cappuccini e dei minori a Miramar, quartiere esclusivo, passando per la signorile Quinta Avenida e un lungo tratto del lungomare. Ma anche le passeggiate in solitario mi hanno regalato emozioni, colori, odori, contatto con la realtà fuori del convento e dei circuiti turistici. I turisti hanno costituito la allegra e colorita alternativa nei luoghi adiacenti al convento, soprattutto nei giorni dell’arrivo delle navi da crociera. Negli altri, il centro assume una dimensione più dimessa, tranquilla. Poche volte sono uscito la sera, come invece mi sarebbe piaciuto fare, visto che le luci conferiscono un colore differente, magico, a strade, monumenti e cose, soprattutto di un centro storico.

Plaza Catedral, di sera
Mi mancheranno le iniziative culturali, delle quali ho sentito la mancanza in Venezuela e che qui sono numerose, specie nel centro storico. Ho assistito soprattutto a concerti di musica classica e sacra. Me li sono goduti. Spesso sono gratis o a prezzi popolari. Non è che ci sia però molta partecipazione di pubblico. Come invece per il concerto di musica tecno (credo si definisca così) nella spaziosissima Piazza Antimperialista “José Martí”, sul malecón, di fronte all’ambasciata americana, scenario degli eventi di massa del governo. Ci sono passato per caso e ho visto i giovani accorrere a migliaia. Una cultura che pare aliena all’ideologia del partito al potere, che potrebbe e dovrebbe fare i conti con una generalizzata indolenza e indifferenza, frutto di anni di decisioni imposte più che condivise.

Bici taxi
Mi mancherà la tranquillità dell’isola, soprattutto se confrontata con la situazione sociale del Venezuela. Qui, nel centro storico della capitale, come scrivevo sopra, si può uscire addirittura... di sera!! Il turista, almeno finora, è sacro, per il contributo determinante che da all’economia. L’Avana è una città a dimensione d’uomo. Non si può vivere in essa senza il permesso del governo, il che ha impedito il fenomeno della migrazione urbana e la crescita indiscriminata della popolazione. Inoltre, il parco macchine che circolano in città è notevolmente ridotto rispetto alle nostre capitali, per cui si può camminare senza dover schivare continuamente mezzi di trasporto. Per il cubano medio, infatti, è quasi un miraggio pensare di possedere un’auto. A volte il sogno “proibito e impossibile” è rappresentato da... una Lada vecchio modello!! Circolano come taxi, in buon numero e bellissime, macchine degli anni ’50, delle quali le più luccicanti e ben messe sono a servizio di costosi giri turistici in città. Il mezzo più economico e popolare per spostarsi è costituito dai caratteristici “taxi-risciò” a pedale.

Disegno-Ricordo realizzato da Leisis 
Avrei molte altre immagini da mettere per iscritto, ma non vorrei tediare chi legge. Inoltre, non sarei capace di rendere tutto il vissuto, dentro e fuori di me. Ringrazio Dio per aver avuto questa inattesa, piacevole e arricchente opportunità di risiedere per due mesi a La Habana (fuori di questa città, sono stato solo in due occasioni a Matanzas). Non so se salutare la città e la sua gente con un arrivederci o un addio. Dio saprà, e la vita si incaricherà di rivelarmelo.

11/02/2016: compleanno a Cuba

Il giorno del mio compleanno, particolare quest’anno, perché mi trovo a La Habana (Cuba) l’ho trascorso nella più assoluta normalità, tra studio, preghiera e la lettura dei messaggi di auguri e di alcuni capitoli del libro “La cattedrale del mare” (mi ci sono dedicato al mattino, visto che per tre ore è mancata la luce per lavori in corso nel centro storico). La festa la faremo domenica 14, insieme a fray Danisandro, che compie gli anni in quella data. Sono previste un paio di torte... Ho ricevuto anche dei regali, inattesi e graditi. Carinissime le due donne di servizio, che mi hanno regalato cose utili: sapone cubano, due paia di calze e un fazzoletto; e le suore brigidine, con cioccolatini e una bottiglia di vino.
Il pullmino di fronte al seminario diocesano
Oggi poi ho ripreso i miei impegni normali. Per un paio di settimane non ho dovuto accompagnare tutte le mattine i ragazzi al seminario diocesano per gli studi di filosofia e teologia, visto che avevano sessioni di esami e si sono arrangiati con alcuni passaggi. Non valeva la pena viaggiare con il pullmino quando non si trattava di almeno quattro di loro. Questo ha fatto si che ci fossero delle piccole novità nel mio tran tran quotidiano, fatto di: portare i ragazzi a scuola; fare una passeggiata (non sempre ci riesco), di solito sul lungomare; preparare gli esercizi spirituali per le famiglie francescane, che dovrò predicare tra il 22 e il 26 di febbraio; gli impegni in parrocchia (visita agli ammalati il mercoledì mattina; messa il venerdí pomeriggio, sabato pomeriggio e domenica mattina; battesimi due volte al mese; catechesi domenicale catecumenale, confessioni prima delle celebrazioni); varie ed eventuali...

Cappella delle suore di S. Brigida
Suore Brigidine – Per esempio, sono potuto andare a celebrare dalle suore di Santa Brigida, due volte a settimana, alle 7.30 del mattino. È bello uscire a quell’ora e attraversare il bellissimo centro storico restaurato, vuoto di turisti: Calle Obispo; Calle Oficios; Plaza San Francisco; Plaza Vieja y Calle Mercaderes al ritorno. È una bella comunità, accogliente e giovane. La maggior parte sono indiane. Gestiscono un mini albergo a mo’ di Bed and Breackfast; serve loro per mantenersi e per vivere quell’accoglienza che fa parte del loro carisma. Mi offrono la colazione nel refettorio degli ospiti, ed è la parte meno bella e più imbarazzante, visto che sono l’unico a mangiare da solo.

Altre cose particolari di questi ultimi giorni di questa mia esperienza cubana...

Concerto di musica classica – Oltre ai concerti di musica cubana nei vari ristoranti del centro, a uso e consumo dei turisti, si organizzano anche spesso concerti di musica classica, normalmente in ex chiese o oratori, trasformati in auditorium. Finalmente, dopo tentativi andati a vuoto, sabato 6 febbraio, terminata la messa in parrocchia, insieme a fray Riduán abbiamo preso parte a un concerto di pezzi di Mozart, all’interno dell’oratorio S. Felipe Neri, a pochi passi dal nostro convento, trasmesso anche per televisione. Il prezzo di entrata, per i non invitati, era basso, anche se escludente una gran fetta di popolazione. In programma il concerto per piano e orchestra nº 9, in mi bemolle maggiore, K. 721, e il concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore, K. 622. Non sono un esperto di musica classica; mi piace però ascoltarla dal vivo, soprattutto quando c’è un orchestra. Ho goduto di una ottima esecuzione, almeno a giudicare dagli applausi degli esperti. Mi sono sentito trasportare verso graziosi giardini austriaci e pulite atmosfere europee. E mi sono anche chiesto che c’entra questo con Cuba e La Habana. Chiaro, lo so, la musica è un linguaggio universale. Ma ho vissuto una astrazione culturale. Espressione che non so esattamente cosa possa significare. Però suona bene. Così come l’orchestra. Che però mi ha astratto fuori del contesto vitale.
Uscito dall’oratorio, il “paesaggio” (quello fuori dal “cuadrilatero” restaurato e bellissimo, a uso 
I Musicisti di fronte al hotel Ambos Mundos
dei turisti, pieno di negozi, alberghi e ristoranti) era quello usuale, fatto di strade sconnesse, palazzi fatiscenti di deturpata bellezza, odori e fetori vari. La vita a tutti i costi della gente cubana, la voglia di vivere malgrado tutto, la natura umana e vegetale non da giardino, forse la rendono meglio i tre simpaticissimi vecchietti che giornalmente suonano per strada davanti al famoso hotel Ambos Mundos, con la loro “valletta” al di sopra dei 70, incaricata di raccogliere offerte con una tazza. Indolenti e divertiti a un tempo; grandi e umili. Meriterebbero un monumento di fronte a quell’hotel, reso famoso da Hemingway, reso colorito e vivo da loro quattro. Le foto dei tanti turisti agli ambienti di Hemingway sono vuota preistoria, la loro musica è vita, nostalgia e scanzonata attualità.

Gita a Matanzas – Finiti gli esami, si era pensato di fare una passeggiata alla relativamente vicina spiaggia di Guanabo. Considerate le condizioni climatiche non proprio favorevoli in questo periodo e il poco entusiasmo dei ragazzi, ho proposto loro di andare a Matanzas, a un centinaio di chilometri di distanza, per condividere un po’ di tempo con  i nostri frati di quella comunità. La risposta è stata di forte gradimento, anche da parte dei confratelli di Matanzas Luigi, Raúl e Raulito. È coinciso, senza volerlo, con il compleanno di suor Natalia, delle Francescane Missionarie di Assisi, le quali ci hanno invitato a pranzare da loro. Abbiamo contribuito con riso, bibite e un dolce. La giornata e il viaggio sono trascorsi piacevolmente. La scorsa volta, tre giorni dopo il mio arrivo a Cuba, quando ci siamo recati a Matanzas per un capitolo prima della partenza di fra Silvano, eravamo stati accompagnati tutto il giorno da una pioggia battente, che non mi aveva permesso di godere il panorama né di uscire dal convento. Questa volta è stato diverso: luce, colori e calore mite. Prima di ritornare ho potuto farmi vedere da un fisiatra. La spalla e il braccio continuano a farmi male, e ormai sono trascorsi mesi. È anche vero che non ho fatto quasi niente perché potessi migliorare. Mi ha fatto delle infiltrazioni e prescritto una terapia, che posso fare presso un centro che si trova proprio accanto al convento di La Habana.

In traghetto-bus, al centro della baia
Martedí grasso, 9 febbraio – Lo scrivo solo per capire a quale giorni mi riferisco. A Cuba non si festeggia carnevale, o almeno a La Habana. Mi è stato detto che, essendo una festa legata in certo modo alla quaresima, è stata abolita così come tutte le feste cristiane. Non saprei se è una versione affidabile, ma che ci sia stata in passato una forte ostilità verso il cristianesimo è indubbio, almeno a giudicare da quanto mi hanno riferito varie persone. Oggi ho iniziato la fisioterapia. Nel pomeriggio, sotto un cielo minacciante pioggia, che poi non c’è stata, e anzi le nubi si sono rivelate una benedizione, insieme a Danisandro, Sandy ed Ernesto, ci siamo recati in pellegrinaggio al santuario della Vergine di Regla, all’altra parte della baia. Ci è sembrato un modo adeguato di prepararci all’imminente quaresima e di vivere un aspetto del giubileo, quello del pellegrinaggio, che il Papa chiede che costi uno sforzo perché si possa definire davvero tale. Partiti alle 14.30 dal convento, abbiamo fatto il giro di buona parte della lunga e profonda baia, per arrivare al santuario alle 16.15 circa, dopo aver percorso una decina di chilometri a ritmo serrato. Regla è un quartiere di La Habana. Il santuario conserva la piccola statua di una Madonna negra, meta di cattolici e di adepti alla santeria, così come altre chiese qui a Cuba. Il ritorno lo abbiamo fatto nella lancia che trasporta viaggiatori a La Habana, fino al molo di fronte alla chiesa ortodossa. Un viaggio di una decina di minuti. Il rientro alla città, al suo centro, dopo la camminata, fuori e quasi in solitudine, del pellegrinaggio.