domenica 25 aprile 2010

Uscire da se stessi per incontrare l’altro


Il presente post è per condividere con voi un articolo scritto per la rivista "Milizia Mariana". La prima reazione è stata quella di rifiutare l'invito e accampare qualche scusa, visto il titolo piuttosto impegnativo: "Uscire da se stessi per incontrare l'altro"; poi mi sono detto che potevo anche raccogliere la sfida e accogliere la richiesta di Angela, amica di sempre e direttrice della rivista. Il risultato è l'articolo che segue. A voi la lettura e il giudizio, che non mi interessa conoscere a tutti i costi, però è normale che ciascuno se ne formi uno al leggerlo. È un modo "diverso" stavolta di aggiornamento del blog.


“Il Signore concesse a me, frate Francesco, di iniziare in questo modo a fare penitenza; in effetto, vivendo tra i peccati, mi sembrava molto amaro vedere lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro, e usai con loro misericordia. E, al separarmi da loro, quello che mi sembrava amaro, si trasformò in dolcezza d’anima e di corpo; e, dopo di questo, aspettai un poco di tempo e uscii dal mondo” (Testamento di S. Francesco, 1-3). Così Francesco d’Assisi descrive il momento fondante della conversione, rileggendo la sua esperienza di vita poco prima della morte.

Si direbbe un itinerario di “uscite” ed “incontri”: l’incontro con Cristo e l’uscita da se stesso per incontrarsi con i lebbrosi, mondo sconosciuto e temuto. Incontro dalle valenze insospettate e inattese, che cambia radicalmente la sua visione delle cose, lo porta ad uscire da un mondo senza l’orizzonte Dio, per ridare spazio a Dio e a se stesso in Dio (la penitenza); recuperando, allo stesso tempo, la propria e altrui umanità, in un processo di inclusione e non di esclusione (usare la misericordia).

In fondo la medesima dinamica della Bibbia: Dio esce verso all’uomo, per invitarlo a uscire incontro a Lui e all’altro, in una modalità generativa includente e non escludente, riflettendo l’immagine stessa di Dio e ritrovando la propria identità nella prospettiva di famiglia e fraternità. Il camminare di Dio verso l’uomo è “rivelazione”, che permette a questi di scoprire l’Altro, altrimenti sconosciuto, e la sua “prossimità” nelle creature. L’incontro con l’Altro e gli altri si trasforma in itinerario necessario per incontrare se stessi e dare il senso, la direzione appropriata alla propria vita. Come Francesco d’Assisi e tutti quelli che si lasciano incontrare dal Signore. Incontro unico e fondamentale in un momento determinato della esperienza umano-cristiana, ma che richiede continui esodi quotidiani, nella ricerca constante del proprio ruolo nel mondo e nel disegno di Dio.

Nel mio caso di religioso francescano, un momento fondante di esodo da me stesso e di radicamento in Dio e nell’incontro con l’altro, assunto come fratello, è costituito dalla professione religiosa (in altri dalla risposta vocazionale a Dio, che sempre chiama a “uscire” per essere veri discepoli). Una “uscita” che ti colloca nel luogo dell’esodo-pellegrinaggio verso la terra promessa, intuita e anelata, con le sue risposte quotidiane alle sfide della vita, che ti spingono a rinnovare l’adesione a Dio, nella necessaria dinamica di penitenza-uscita e misericordia-incontro. In tal senso il voto di obbedienza diventa la provocazione di Dio a uscire da se stessi per incontrare l’Altro e gli altri. Esperienza naturalmente dolorosa nei suoi momenti iniziali (lasciare una realtà, un mondo, abitudini, relazioni e affetti, i propri schemi…); gioiosa e arricchente se ci si dispone a farsi incontrare e accogliere. Obbedienza difficile e foriera di pienezza, nella sua accezione fondante e/o quotidiana di interpellanza alla conversione, al cambio di direzione da sé all’altro.

Sempre mi è costato obbedire, uscire. Non ho cambiato molti luoghi nei miei 25 anni di frate; ruoli e scenari di presenza sì. Di certo, il cambio più radicale è stato quello che mi ha portato dove sono attualmente: il Venezuela. Dio solo sa quanto mi sia costato abbandonare la realtà pugliese e le persone di là, per abbracciare, almeno mentalmente, una cultura, un mondo e un impegno del tutto nuovi rispetto agli abituali. Mi sono “voluto” fidare di Dio, forte delle esperienze esodali già vissute, esperimentate come cammino di ricchezza nell’incontro e di rinnovata gratitudine verso la generosità traboccante di Dio, malgrado titubanze e opposizioni. E non mi sono sbagliato. Continuo nelle mie infedeltà e dubbi umani; ma quando lo Spirito riesce a parlare più forte del sottoscritto, mi rendo conto che lo spazio sottratto a me (dolorosamente a volte) e dato a Dio e al fratello, diventa il luogo della identità ritrovata e rinnovata, della gioia vera e della vita piena. In questo senso non abbiamo sempre da imparare, preceduti e guidati dall’esempio di Maria e dei nostri santi, instancabili camminatori dello Spirito, ricercatori assidui di vita e identità, pellegrini nell’itinerario verso Dio e l’uomo?!?

lunedì 12 aprile 2010

Settimana Santa 2010

Son passati sette giorni da quando sono ritornato al seminario, dopo l’esperienza, in verità prolungata, della pastorale durante la Settimana Santa. Anche stavolta sono stato a Venegara, la aldea vicino a La Grita, che avete imparato a conoscere dai miei reportage, visto che da due anni i momenti di missione natalizi e pasquali li vivo lì. I miei alunni diocesani mi prendono in giro e mi dicono che ormai io sono il parroco di Venegara. E così, nello scherzo, la notte di Pasqua, ringraziando tutti per l’affetto che mi dimostrano ogni volta che ci vado, mi sono autonominato “Viceparroco” per la zona di Venegara. Cosa che ho comunicato anche al parroco, con il quale c’è un ottimo rapporto e che si è fatto una bella risata. Di fatto, però, è normale che si intensifichino amicizia e relazioni, visto che ogni tanto ci vado anche per bussare a verdura per il seminario. E così mi invitano, sempre più spesso, a celebrare eventi della “aldea”: nozze, prime comunioni, funerali...

Il problema è che questo sta succedendo anche con altri due villaggi di montagna più piccoli (Babuquena e Palenque), dove vado ad aiutare, pur non appartenendo alla stessa parrocchia. Essi sono meno esigenti, però mi preoccupo, quando vado, di celebrare o aiutare anche da loro. E la voce si sparge, di questo padre “senza fissa occupazione”, per cui già da un altro villaggio la responsabile pastorale mi ha chiamato perché vada una domenica a celebrare Messa e visitare gli infermi. Questi ultimi villaggi, di fatto, vedono il sacerdote una volta al mese, e quasi sempre di corsa.

Ma torniamo alla Settimana Santa.

Il lavoro pastorale è iniziato il venerdì precedente alla Domenica delle Palme, quando si celebra in tutta la parrocchia la “Vergine dei dolori”, un’antica devozione, pare di origine spagnola, abolita dopo il Concilio Vaticano II, perché un doppione della festa dell’Addolorata in settembre. Partito alle tre del pomeriggio dal seminario e arrivato a Venegara alle 17.30, alle 18.00 inizio la S. Messa. Alla fine della quale una delle animatrici della cappella mi dice che il giorno dopo dovrei celebrare un funerale a La Grita, per Neimar, una giovane di 27 anni, tutti vissuti in un letto, capace di muovere solo gli occhi e ascoltare. Mi ospita la famiglia amica di Antonio e Mirian, coi loro due figli Javier e Neimar, in una stanza con bagno – un vero “lusso” per una esperienza di missione – approntata per il figlio Miguel, seminarista che sta studiando teologia a Roma.

Sabato mattina vado a trovare p. Melquiades, il parroco, nella sede centrale della parrocchia in Sabana Grande. Ci si saluta e mi annuncia che ha invitato una religiosa e alcuni laici del movimento “Verbum Dei”, tre dei quali staranno con me a Venegara. Nel pomeriggio celebro alle 15.00 il funerale, con la chiesa di “S. Maria de los Ángeles” gremita di fedeli. Mentre alle 20.00, nel santuario-parrocchia del S. Cristo, celebro il matrimonio di Francy, giovane catechista di Venegara. Scrivo in mattinata un sms a fray Jesus Alexer, rimasto in seminario per una Pascua Juvenil, per chiedergli come va e dirgli del funerale e matrimonio. Mi risponde ironico: “In fondo sono la stessa cosa!!!”, e mi da lo spunto per l’omelia del matrimonio.

Domenica delle Palme, per aver deciso di dare una mano a Babuquena e Palenque, celebro tre Messe, con rispettive benedizioni e processioni: alle 10.00 a Palenque; alle 14.00 a Babuquena e alle 17.00 in Venegara.

Il lunedì santo lo dedico intero alla comunità di Palenque e il martedì a quella di Babuquena, con un medesimo orario: mattina visita agli ammalati, pomeriggio confessioni e Celebrazione eucaristica. Dalle 8.30 circa alle 13.30 visita agli ammalati, che non vivono vicini tra loro e bisogna spostarsi in camionetta. Dalle 15.00 confessioni, che si prolungano fino alle 21.15 in Palenque e alle 22.30 in Babuquena, con la sola mezz’ora di interruzione per la Messa, alle 19.00.

Mercoledì del Nazareno, celebro alle 7.30 in Babuquena e mi trasferisco definitivamente a Venegara. Alle 10.00 mi aspettano per andare a benedire una cappella rurale in montagna (le foto si riferiscono a questo). Mezz’ora circa di sterrato in salita spesso ripida, con due camion 4x4, per arrivare in cima con tutta la gente della famiglia padrona del terreno. Una bella passeggiata ecologica e un momento di riposo. Nel pomeriggio, alle 14.30, Via Crucis verso la parrocchia di Sabana Grande (un’ora di cammino) e S. Messa comunitaria del Nazareno alle 16.00. In realtà inizierà alle 17.30 e io, che ho già celebrato, confesso per più di due ore.

Il Triduo Santo si svolge nella sua normalità liturgica e pastorale: celebrazioni, Via Crucis per il villaggio, confessioni, visite agli ammalati. Devo dire che la presenza dei laici di “Verbum Dei” è stata di grande utilità nell’animazione della gente e delle liturgie. Ai tre della prima ora si sono aggiunti due altre durante i giorni del Triduo. Con loro – Ciro, Elubia, Kaira, Yainet e Laura – si è creato un bel rapporto da subito e un bel condividere, al di là dell’aspetto prettamente pastorale.

Domenica di Pasqua, celebrata la Messa alle 10.30 del mattino, sono rimasto a La Grita, per permettere al parroco del S. Cristo di prendersi un paio di giorni di riposo. Qui ho confessato durante la Eucaristia della sera e, alle 19.30 sono andato a celebrare una ultima Messa di novenario di defunto nella casa della famiglia di questa. Il giorno dopo mi sono toccate quattro Messe, di cui l’ultima ancora una volta di novenario. Martedì, dopo la celebrazione al mattino, sono tornato in seminario.

In definitiva dieci giorni impegnativi, ma belli. Non saprei come definirli diversamente. È che questi posti nominati, che prima per me erano semplici nomi senza senso, ora fanno parte della mia vita e dei miei affetti, insieme alle persone che li abitano. Condividere con loro parte del mio tempo, mi fa sentire bene, un po’ più “a casa”, e conferisce maggiore pienezza alla mia esperienza e alla mia consacrazione.




giovedì 18 marzo 2010

Fine settimana particolari

In quest’ultimo mese la vita è tornata alla sua normalità: seminario, scuola e poco più. Solo i fine settimana sono stati particolari, legati a impegni fuori, per cui è da un mese che la domenica non la trascorro in casa. Questa del 14 marzo è stata la prima dopo tanto tempo.

Prima, però, vorrei riprendere quanto scritto sui lebbrosi per fare una considerazione. Ho ricevuto attestati di ammirazione per quanto fatto in mezzo a loro, probabilmente dettati anche dall’impatto delle foto pubblicate su facebook. Vorrei ribadire, e non per affettata umiltà, che non ho fatto proprio un bel niente. Ho vissuto in mezzo a loro come qualsiasi di voi nella stessa situazione. L’amore vero non si misura da un’esperienza che considero di “turismo della carità”, ma da una solidarietà quotidiana che metta alla prova fede e pazienza. Sto pensando, in questo momento, a molti che hanno fatto scelte “eroiche” di presenza e assistenza verso chi ne avesse bisogno, incominciando dai più vicini. Mi viene in mente quanto si sta realizzando, giorno dopo giorno, tutti i giorni, nella nostra parrocchia di Gravina, nella nuova sala mensa per bisognosi “Casa della letizia”, inaugurata da poco, vera sfida concreta sul campo della solidarietà.

Ma veniamo brevemente a quanto annunciato all’inizio di questo scritto.


Venerdì 19 – Domenica 21 febbraio (1ª di Quaresima) – Sono stato costretto ad accettare un ritiro per professori e personale non docente (circa 40 persone) di un liceo di Machiques (Zulia), perché p. Pepe, carmelitano, era dovuto correre a Mérida per assistere sua madre anziana e ammalata. Non avendo trovato altri, ha chiesto che lo aiutassimo. Così sono andato nella loro splendida casa in montagna, a 18 km da noi. Era la prima volta di un ritiro in Venezuela, e per di più arrivato imprevisto e improvviso. Mi sono dovuto “arrangiare” con i temi proposti, mediandoli con quanto studiato per le lezioni sul vangelo di Giovanni. Pare sia andato bene lo stesso. Suppongo che insieme alle riflessioni, e più di esse, siano serviti lo stare insieme in semplicità e le ore trascorse a confessare tutti o quasi.


Venerdì 26 – Domenica 28 febbraio (2ª di Quaresima) – Questa volta sono stato a Pueblo Llano e Barinas. Nella sede del noviziato ho partecipato a un incontro del Definitorio, in veste di Presidente della Commissione per la Formazione. Il sabato sono “sceso” al caldo di Barinas per aiutare p. Germano nella celebrazione delle Messe festive (una il sabato sera e tre la domenica). È superfluo ripetere che questi incontri pastorali con il popolo di Dio costituiscono un gradito complemento al lavoro in seminario. Poi sono “risalito” a Pueblo Llano fino a martedì, per l’incontro di formazione mensile per coloro che si preparano alla professione solenne.


Sabato 6 – Domenica 7 marzo (3ª di Quaresima) – Stavolta il viaggio è stato per Venegara, villaggio dove vado da circa due anni per le “missioni” di Natale e Settimana Santa. Sabato si celebrava l’ultimo giorno del novenario di preghiera per Yordani, un ragazzo di 18 anni morto di tumore, da me conosciuto poco più di un anno fa. In genere il novenario è un momento molto sentito e partecipato. Per nove giorni si recita il rosario in casa del defunto o in un’altra di famiglia, davanti al “monumento”, vale a dire una specie di altare adornato con molti fiori e con al centro una foto e altri ricordi del defunto stesso. L’ultimo giorno è il più solenne e si celebra una Messa, quasi più partecipata della esequiale, spesso in uno spazio al lato della casa. Il momento è stato molto forte, per ovvi motivi. Ha piovuto per tutto il tempo e le lacrime dei presenti si sono confuse con la pioggia sui visi. Il giorno dopo, per permettere di avere una Messa anche in due villaggi vicini, dove il prete arriva una volta al mese (quando non subentrano altri impegni), ho celebrato quattro volte. Contando spostamenti e confessioni, in pratica ho occupato il tempo dalle 9 del mattino alle 20 di sera, con la sola interruzione per il pranzo. Ma, come dicevo sopra, sono incontri che ripagano degli sforzi fatti e della fatica.


Ora sono in attesa dell’impegno della Settimana Santa, che ancora una volta sarà a Venegara. In verità starò lì come residenza dal venerdì 26 marzo alla domenica di Pasqua; ma ho deciso di spostarmi nei giorni meno intensi, o quando il programma lo permette, per celebrare e confessare anche in un paio di villaggi vicini, dove già mi conoscono, e che non hanno sacerdote durante tutta la settimana. Se fino ad allora non riuscissi a riaggiornare il blog – cosa più che probabile – approfitto per augurare a tutti una Santa Pasqua.

mercoledì 17 febbraio 2010

Maracaibo… dopo

Ci sono poi stato a Maracaibo, dalla mattina del 10 alla sera del 14 febbraio. Quattro giorni pieni, caratterizzati dall’incontro coi lebbrosi, insieme ai novizi, e le lezioni di storia francescana a questi ultimi nel pomeriggio. Non stavamo esattamente in città, ma in una zona periferica, quasi fuori città: Palito Blanco. Di Maracaibo ho potuto visitare la sola stazione di autobus, all’arrivo e alla partenza.

Ospiti del signor Alfonso, uno che ti porta a esclamare che i santi e gli angeli tuttavia calpestano le nostre strade. Professore di inglese, single, il cui vero interesse sono i lebbrosi, ai quali dedica tutto il suo amore. Possiede una casa bella e grande; ma con esigenze di riparazioni varie, non possibili – mi è parso di capire – perché non ha i fondi per farlo. Guadagna per vivere, e, se occorre, parte dei guadagni sono per le esigenze dei suoi amici lebbrosi. Non l’ho visto mai arrabbiato o scoraggiato, almeno nei miei quattro giorni (i novizi nemmeno, nelle loro due settimane). Sempre disponibile. L’ho visto abbracciare i malati di lebbra e sedersi sui letti di alcuni di loro per consolarli in momenti di depressione. L’ho visto prendere per mano una, lebbrosa e fuori di testa, sedersi sul materasso senza lenzuola, in una stanza fetida di urina, abbracciarla e dirle con dolcezza che ora c’era lui e che non sarebbe caduta dal letto, come gridava fuori di sé. Io non ci sarei riuscito. Un frate mi diceva che finirà per contagiarsi anche lui, visto che tratta i suoi amici come amici per davvero, capace anche di farsi vomitare addosso per star loro vicino. In verità sono anni che vive così e, grazie anche a minime norme igieniche, non si è contagiato. Certo, sarebbe la immedesimazione piena e non credo si pentirebbe di quanto fatto. Cristo non si è fatto lebbroso, reietto con e per noi? E che dire di Francesco d’Assisi?!?

Il sig. Alfonso (col n. 44)

Lo aiutano altri due angeli: suor Maria Teresa e suor Cruz Maria, Francescane dell’Immacolata. Vivono in una casa vicina all’ospedale e da quando hanno conosciuto quella situazione, da vere francescane, non si sono date pace, insieme alla loro congregazione, finché non sono riuscite ad aprire una presenza nel luogo. Esse curano l’attenzione ai lebbrosi, ma anche alle istituzioni e al personale, realtà spesso assenti o poco attente. Coadiuvate ora da un direttore, un medico di origini italiane, Oscar Loncano Novelli, catecumeno, il quale si trova a lottare con anni di incuria e abusi. E, per questo, minacciato anche.

I lebbrosi presenti sono 26, tutti avanti negli anni. Prima di trasferirsi in questa struttura, vivevano tutti nell’isolotto de “La Providencia”, nel lago di Maracaibo. Essi raccontano con nostalgia di quegli anni, forse sia perché erano più giovani, sia perché erano molto più rispettati. Potevano svolgere attività agricole e allevamento di animali; si sentivano persone e il tempo non era un ricorrersi di ore tra una medicina e un pasto. Nell’isola erano trecento circa e si sentivano protetti dal mare circostante. Ora sono molto ridotti di numero e in balia degli eventi. Raccontano che all’arrivo in questa nuova struttura – più di vent’anni fa - le cose funzionavano bene. Le stanze erano pulite e potevano continuare nelle loro attività. Poi, poco a poco, le cose sono andate sempre peggiorando, fino alla situazione attuale: furti in continuazione, di cose anche di poco conto, come vestiti; situazione igienico sanitaria da far spavento; medicine scarseggianti; lavanderia senza lenzuola per i ricoverati; mancanza di un refettorio o di una sala dove riunirsi; cibo distribuito in ore assurde (colazione alle 9.30; pranzo alle 11.30 e cena alle 16.30. Mi diceva con ironia uno di loro: siamo quelli della mezza ora).

Ho l’impressione che le istituzioni aspettino solo che muoiano per togliersi un peso di dosso, potendo finalmente asserire che è stata debellata la lebbra in Venezuela. Una suora mi diceva che non c’è niente di più falso. Il maggior esperto di lebbra venezuelano afferma che i casi sono in constante e preoccupante aumento, e che le autorità sanitarie, nazionali e locali, non vogliono ammetterlo, per non affrontare siffatta emergenza. Storie che si ripetono in tutte le latitudini, sulla pelle dei poveracci.

Ho potuto incontrare persone che ammiro, per la voglia di combattere per la vita, in situazioni francamente non favorevoli. Machin, leader tranquillo, e Juanita, cieca grata alla vita; Francisca e Pedro, coppia che hanno cresciuto alcuni figli non loro e hanno nipotini che vanno a trovarli; Bernardino, quasi sordo e cieco, senza mani né sensibilità se non nella lingua, che canta sempre e sorride (mi hanno riferito i novizi che ha detto loro di salutare il suo amico Matteo: mi ha commosso); Albano e Clemencia, fratelli (quest’ultima non lebbrosa, ma vive lì lavando la roba di molti di loro); Morales, elegante e fino nei modi; José, che è ritornato dopo alcuni mesi in famiglia; e altri. Esseri umani, di una umanità fina e allegra, che hanno il gusto del raccontarsi e di stare in amicizia. Tra loro, gente preparata e intelligente. Naturalmente anche casi limite da un punto di vista materiale e mentale, come Jairo.

Con loro ho parlato, chiacchierato. In effetti, non è difficile che si aprano, raccontandosi. Durante la mia presenza, i novizi si sono dedicati a lavare le sedie a rotella che quasi tutti usano, per debolezza o mancanza degli arti inferiori. È superfluo dire che probabilmente erano mesi che non si faceva tale lavoro, semplice e utile allo stesso tempo. Inoltre abbiamo condiviso, il giorno 11, Giornata mondiale del malato, un’interessante esposizione di due religiosi dell’ospedale “S. Giovanni di Dio”, per il personale prima (hanno assistito solo tre assistenti sociali, oltre al nostro gruppo), e per i malati poi, i quali hanno fatto interventi pertinenti e ben articolati. Alla fine mi hanno cantato il Feliz Cumpleaños. Un compleanno particolare e forte allo stesso tempo. Il giorno dopo abbiamo celebrato la Messa, dando loro l’unzione degli infermi. Mi sono parsi grati per questo dono insperato, e hanno cantato con gioia e battimani. Io ho letto il vangelo e fatto l’omelia.

I novizi hanno voluto celebrare il mio compleanno anche nella casa. In assenza di una torta, hanno aperto “artisticamente” un’anguria, ponendovi sopra una candela. Semplice, ingegnoso e… gustoso!!! Con il caldo afoso di Maracaibo, mitigato la sera da una soave brezza, l’anguria, dolce e acquosa, è risultata meglio che la torta.



martedì 9 febbraio 2010

Maracaibo... prima

Un aggiornamento molto breve del blog, quasi solo per annunciare che non starò in seminario il giorno del mio compleanno, l’11 febbraio. Vado a Maracaibo, città sull’omonimo lago-golfo, confusa e insicura come le metropoli venezuelane (dovrebbe essere la terza città del Venezuela per numero di abitanti). È famosa soprattutto per l’estrazione del petrolio nel lago. Perciò, niente fantasie esotiche sulle note di una canzone italiana allegra, il cui titolo è appunto “Maracaibo”. Non la conosco, ma pare che sia famosa. Appena posso la ascolto.

Ci vado per dare la seconda parte di storia francescana ai novizi, i quali si trovano lì da una settimana (e vi rimarranno ancora una) per un momento formativo e di servizio francescano ai lebbrosi del lebbrosario nazionale. Mi raccontano di una situazione di quasi abbandono da parte delle istituzioni, e di superficiale indifferenza da parte del personale. Ci andrò e saprò dirvi qualcosa in più.

Ci vado con curiosità “francescana” e qualche timore. Si sa quanto importante sia stato per la conversione di Francesco l’incontro con il lebbroso. E spero possa fare una esperienza significativa in tal senso. In tutti i modi qualcosa mi insegnerà. I timori sono legati alla mia reazione di fronte a quelle persone inferme: sarò capace di entrare in relazione per apprendere da loro?!? Avrò un cuore tenero e disponibile per permettere a Dio di incontrarmi in un contesto favorevolmente francescano?

Intanto, dall’ultima volta che ho scritto non è successo quasi niente, eccetto la normale grandiosità della vita.

Ho terminato il primo semestre a scuola, e mi sento molto più rilassato. È vero che da subito mi sono messo a studiare storia francescana per l’impegno suddetto; ma la tensione è diversa. Nel secondo semestre dovrei dare Vangeli sinottici, per tre ore settimanali. Ma le sorprese, in questo angolo di mondo, sono sempre all’agguato.

Il 30 gennaio è stato ordinato sacerdote, nella vicina Cordero, fray Javier Cedeño, compagno di studi di fray Carlos Ortiz, ordinato il 12 dicembre. Una cerimonia sobria, con una bella omelia del vescovo sul sacerdozio e S. Francesco, desunta in gran parte dalla catechesi del mercoledì del Papa, guarda caso sullo stesso tema. Subito dopo mi sono fermato in chiesa per partecipare al matrimonio di Alexander e Cristina, due giovani della gifra di Cordero, venuti due anni fa in Italia per “Giovani verso Assisi International”.

Il giorno dopo ho partecipato alla prima Messa solenne di Javier, con tanto di banda municipale in chiesa e discorso del sindaco. Un sacerdote è un evento importante e tutti cercano di apparire. Il pranzo è stato di una sobrietà francescana che mi è piaciuta: una scodella di “mondongo”: zuppa di verdure varie con la parte superiore tenera della trippa e intestino di vitello. Una leccornia, anche se non adatta ai colesterolici. Buon appetito!! E alla prossima.