domenica 28 febbraio 2021

62 anni… ancora in pandemia

Ultimo giorno di febbraio, mese del mio compleanno. Non voglio interrompere la tradizione, iniziata alcuni anni fa, di accompagnare questa data con brevi riflessioni, nella lieta consapevolezza che sono più a uso e consumo del sottoscritto che di eventuali lettori. Come ho scritto nel titolo, siamo ancora in piena pandemia. Mi ero illuso, ci eravamo illusi
che tutto potesse finire abbastanza presto; anzi che fosse finito in estate. E invece… Ondate successive, varianti, mutazioni, bollettino diario dei dati del contagio, zone di differenti colori a seconda dell’incidenza del contagio stesso, vaccini, giornalieri ed infiniti dibattitti televisivi, decreti, ripercussioni economiche e psicologiche, discussioni politiche sulle misure da prendere. Questo il nostro “pane quotidiano” non richiesto, e di cui faremmo volentieri a meno. Nelle giornate di quest’anno, un po’ più rutinarie, con gli impegni pastorali ridotti, ho avuto modo di dedicarmi maggiormente alla lettura, anche di libri di narrativa, che persone amiche mi passano. Gli ultimi sono quelli che narrano le gesta dell’avvocato barese Guido Guerrieri, scritte da Gianrico Carofiglio.

La speranza è che almeno questa esperienza ci insegni qualcosa di buono e di utile; che se ne esca migliori sotto tutti gli aspetti, soprattutto nelle relazioni con sé stessi, gli altri e il creato. In questa direzione una pietra miliare, di inciampo per certi poteri e visioni, è la pubblicazione dell’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”.

Going home – Il brano di quest’anno è la colonna sonora del film “The local hero”, scritta dai Dire Straits, uno dei gruppi che amo di più. È solo musica. Spesso ho usato, come colonna sonora del mio compleanno, una canzone del festival di Sanremo, che si svolgeva ai primi di febbraio, mentre quest’anno è slittato a marzo. Ho scelto “Going home” soprattutto per il titolo: “Andando a casa”. Non una casa generica (“house” in inglese), ma “home”, il focolare domestico, la famiglia, un luogo dove ci si senta bene, a proprio agio con l’ambiente e le persone, dove riposare e riprendersi. Se dalla pandemia apprenderemo un nuovo modo di vivere, allora il mondo diventerà davvero quello che dovrebbe essere: casa comune. Il rischio altrimenti quello di trasformarlo in un inospitale rudere, abitato dal tutti contro tutti; o in un freddo motel, abitato dall’indifferenza di gente di passaggio, senza storia e senza amore.

Un altro motivo per cui ho scelto questo brano è perché la pandemia ha messo a nudo le nostre fragilità. Abbiamo perso il senso di onnipotenza che un falso concetto di progresso e una tecnocrazia senza etica ci stava trasmettendo. La scoperta dei “limiti” potrebbe e dovrebbe essere terapeutica per i singoli e l’umanità intera. Non ci si salva da soli. Pensare solo a sé stessi significa far affondare la barca sulla quale tutti navighiamo. A livello personale mi ha portato a confrontarmi non tanto con problemi di salute o con valori distorti, quanto con il limite dei giorni. Mi sono chiesto se e come mi preparo all’incontro definitivo con Dio; se sto andando verso casa, dando direzione, senso e pienezza ai miei giorni, o se invece vagabondo da una esperienza all’altra. Credo che San Francesco avrebbe parecchio da ridire e insegnarmi sul modo di percepirmi nella storia e di vivere gli eventi, rispetto al senso cristiano di vocazione, di provvidenza e di eternità.

26, anni speculari di 62 – Già lo scorso compleanno ho giocato a leggere al contrario gli anni compiuti. Se ci riesco, vorrei andare avanti fino al limite massimo dei 66, quando non potrò più giocare con il passato, costretto a fermarmi al presente.

26 anni allora: 1985. Da tre anni a mezzo sono a Roma, dopo due anni di postulato in Assisi e un anno di noviziato ad Osimo. Anni belli, ognuno con le sue particolarità. Roma mi ha aperto alla internazionalità; mi ha spianato gli orizzonti del mondo. A febbraio del 1985 sto dando i miei primi esami al Biblicum, dove sono arrivato con tanti timori sulle mie possibilità, rivelatisi poi del tutto infondati. In verità, tutti i compleanni durante gli studi teologici sono coincisi con il periodo degli esami di primo semestre, caratterizzati quindi da studio e piccole ansie. A volte l’esame è coinciso proprio con il giorno stesso del compleanno. Gli anni del Biblicum hanno aperto ancora di più la mia mente in tutte le direzioni (spiritualità, ecclesialità, pensiero…), e lo studio è stato meno duro di quanto paventato. Inoltre, ho potuto conoscere e vivere di più Roma, città di cui mi sono allora perdutamente innamorato. Le seguenti tre estati, per motivi di studio e grazie a delle borse per studenti, ho varcato per la prima volta i confini nazionali per periodi di otto settimane scolastiche a Malta e in Germania.

Ricordo con profonda gratitudine gli anni di formazione e quelle esperienze, così diverse tra loro e così complementari. Molto ho imparato dai fratelli, dai professori, dai formatori e dalle persone che Dio mi ha messo accanto durante quegli anni (in verità, durante tutta la mia vita). Tanto ho ricevuto anche dalle esperienze pastorali in ambienti e quartieri difficili: l’Istituto Serafico ad Assisi; la “Lega del Filo d’oro” ad Osimo; la parrocchia di “San Vincenzo de Paoli” ad Ostia lido, e quella di “San Mauro” al Laurentino 38. Insomma, tornerò a casa certamente arricchito, e non per merito mio. Ma senza fretta…

Tre Lustri



Più o meno a questa stessa ora in cui sto scrivendo, il 7 dicembre di 15 anni fa, ho messo piede in terra venezuelana, su un suolo non vergine per le mie scarpe, dando il primo passo di quella che sarebbe poi diventata una esperienza arricchente e preziosa per la mia vita, durata ben 12 anni. Ma allora non ero consapevole né della durata, che immaginavo ben più breve, né della ricchezza del dono di Dio e della nostalgia che avrebbe lasciato nel mio cuore. Tuttavia, sentivo addosso e dentro una incosciente curiosità.

Di quei primi momenti ricordo tutto, pur non avendo una buona memoria. Ricordo la zaffata di calore allo scendere dall’aereo, e che da allora mi avrebbe sempre accolto al mio arrivo a Maiquetia. La mia “imbottitura” di dollari per la Custodia, nascosti addosso a me, per paura di un eventuale furto, in un giubbotto di quelli usati dagli studenti per occultare i pizzini di aiuto per gli esami (avrei in seguito scoperto il rischio che ho corso…). Il frettoloso viaggio a Guanare, il giorno dopo. Sei ore di macchina, subito dopo pranzo, stipato in una Fiat Uno guidata da fray Orlando Gonzalez, insieme a sua madre e a un signore della parrocchia, con una valigia sotto i piedi e una sulle gambe (questa solo fino a metà percorso eheh). Con fray Orlando che, scesa l’oscurità della sera, mi erudiva sulla pericolosità di viaggiare dopo il tramonto, per i numerosi furti a mano armata e sequestri che avvenivano, soprattutto sulla strada tra Acarigua e Guanare… proprio mentre la stavamo percorrendo!!! La celebrazione dalle clarisse la mattina del 9; la colazione e la partenza per San Cristobal, insieme a fray José Antonio Cristancho, sorpreso per “l’essenzialità” dei miei bagagli (credo che si starà ancora chiedendo se non avessi perso una valigia per strada…). Il pranzo prima del ponte sul fiume Caparro, al confine tra Barinas e Tàchira, in una delle trattorie sulla strada. Ho provato per la prima volta una cachama fritta. Nel pomeriggio arrivo al seminario. È difficile da spiegare, ma mi sono sentito subito in patria e in famiglia, malgrado queste traversie.

Non sono stati anni sempre facili. Alcune esperienze sono state piuttosto dure. Eppure non riesco a sentire se non gratitudine per quei 12 anni. Sono molto addolorato per le vicissitudini vissute dalla mia amata Venezuela. In quegli anni ho assistito al declino di questo mio amato paese, sotto ogni punto di vista, grazie ad una disgraziata politica guidata solo da cieca ideologia e da avidi interessi personali. A questa si sono unite le mire profittatrici di alcuni paesi stranieri, sciacalli interessati esclusivamente alle ricchezze del paese e a una presenza strategica in America Latina, completamente disinteressati alla sorte dei venezuelani. Il Venezuela di oggi è estremamente più povero rispetto a quello di 12 anni fa, in quanto a condizione economica dei cittadini, pace sociale, sicurezza, diritti umani, lavoro, salute, libertà di opinione ed espressione, accesso al web… Depauperato anche di futuro e possibilità presenti, a causa dell’esodo di almeno tre milioni di venezuelani, soprattutto giovani, in cerca di condizioni migliori, o almeno accettabili di vita.

Grazie Venezuela, per avermi accolto e dato tanto. Grazie amici e amiche venezuelani, mondo di volti e storie, che avete arricchito il mio mondo e la mia storia. Solidale con tutti voi, in diaspora insieme a una moltitudine, in attesa di poter rimettere piede su una terra finalmente libera e recuperata, una terra che sento come un’altra patria che Dio ha pensato bene di donarmi. 

sabato 9 maggio 2020

15) Diario personale, dal convento, nei giorni del coronavirus


Lunedì 04 – Giovedì 07 maggio 2020


Lunedì 04 – Oggi è iniziata la Fase 2, vale a dire la graduale riapertura delle attività economiche e lavorative. Di fatto, malgrado gli sforzi del governo, ci attende un dopo coronavirus molto, ma molto difficile da questo punto di vista, con un terribile aumento della disoccupazione e delle povertà. Realtà che è stata messa in risalto anche nell’incontro che il vescovo ha voluto con tutti i sacerdoti di Copertino, e che costituirà una vera e propria sfida per l’impegno caritativo della Chiesa italiana, i cui meriti in questo campo sono peraltro riconosciuti da tutti. L’incontro si è tenuto di pomeriggio, nella chiesa della Santa Famiglia. Erano presenti quasi tutti i sacerdoti della forania. È stato bello ed interessante ascoltare come ciascuno, soprattutto i parroci, hanno affrontato e stanno vivendo le problematiche personali e pastorali legate alla presente situazione. Che, al di là delle sue problematicità, ci lascia degli aspetti positivi, sui quali riflettere e puntare in futuro.
A livello di vita personale e spiritualità sacerdotale: la bellezza del pregare insieme; un maggiore arricchimento relazionale, per coloro che vivono in comunità, derivato dal condividere maggiori momenti e con meno fretta; il riscoprire la celebrazione eucaristica non solo in funzione dei nostri fedeli, ma anche della nostra comunione con Dio e del cammino di santità di ciascuno. A livello di pastorale: la ricerca di una maggiore creatività ed essenzialità nella liturgia e nelle proposte di attività; il ruolo importante e imprescindibile dei laici nell’annuncio del Vangelo e nella catechesi; la comunione molto forte di tutti con il vescovo di Roma, il Papa Francesco, sviluppatasi attraverso l’assistenza alla sua celebrazione eucaristica diaria, trasmessa per televisione.

Giovedì 07 – Arriva la notizia dell’accordo tra governo e vescovi sulla riapertura delle chiese alle celebrazioni pubbliche, in particolare le messe. Mi sembra più una concessione “estorta” che una convinzione condivisa. Lo si è capito dalle non dichiarazioni o dalle espressioni dei virologi, che di sicuro avrebbero aspettato ancora a dare il permesso. Non voglio giudicare se avessero ragione o meno, visto che sta succedendo lo stesso per tante altre aperture. Le norme igieniche prescritte per le messe sono strettissime; e se pure fossero plausibili, di certo tolgono moltissimo alla spontaneità e convivialità delle celebrazioni. Però ho bisogno che mi si spieghino un paio di cose, che a mio parere contraddicono quanto gli esperti sono venuti dicendo da tempo per contrastare il diffondersi dell’epidemia.
Al sacerdote è richiesto, per distribuire la comunione, di mettere la mascherina, igienizzarsi le mani con il gel apposito, e indossare i guanti. Ora mi chiedo, e lo chiedo alla commissione scientifica che ha “partorito” siffatta conclusione: se devo mettere i guanti dopo il gel, vuol dire che questo non serve a igienizzare le mani? Se fosse così, allora perché usarlo, compreso agli ingressi della chiesa per tutti coloro che partecipano alla messa? E se disgraziatamente tocco la mano di chi viene a ricevere la comunione, allora devo buttare quei guanti, tornare a igienizzare le mani e indossare altri guanti… Non stiamo cadendo nel ridicolo?!? O almeno si sia coerenti nei messaggi che si trasmettono. Il gel serve o non serve?!? E se poi si vuol toccare il lato propriamente sacramentale, i guanti che manipolano le particole e ai quali potrebbero attaccarsi dei frammenti, come si purificano? Semplicemente si buttano, insieme a quella presenza “speciale” che verrebbe declassata a “rifiuto speciale”? È vero che Gesù è la pietra scartata dai costruttori, ma per favore non cadiamo nella mancanza di rispetto del sacro.
Inoltre, si è sempre affermato che se si osserva il distanziamento sociale, non c’è bisogno assoluto della mascherina. Allora perché pretendere entrambe le cose per chi assiste alla messa? Posso capire all’entrata e uscita, quando potrebbero incrociarsi le persone a meno della distanza prevista; ma in chiesa, dove si è obbligati a rispettare le distanze, perché stare sempre con la mascherina, quando gli stessi esperti non la indossano durante i loro briefing con la stampa? La mascherina porterebbe a eliminare i canti e a rispondere con difficoltà. Sarebbe come assistere a uno spettacolo da spettatori, mentre la messa è celebrata dall’intero popolo di Dio e presieduta dal sacerdote. La Puglia (notizia fresca appena arrivata), per non farsi mancare niente, ha aggiunto che i fedeli devono indossare mascherine e guanti di lattice. Anzi, la stessa chiesa deve loro fornirli se arrivassero sprovvisti. Trattati in questo come se fossimo un supermercato. Ma dai…
Osserveremo tutto quello che viene prescritto. Speriamo di riuscirci, anche se ho i miei dubbi. Rimango però con le mie perplessità sulle intenzioni reali del governo e sulla “bicicletta” fornitaci per pedalare.

lunedì 4 maggio 2020

14) Diario personale, dal convento, in tempo di coronavirus


Mercoledì 29 aprile – Domenica 03 maggio 2020
 
Mercoledì 29 – Alle 21, su TV2000, è andata in onda la recita del rosario dal santuario di S. Maria della Grottella, registrato però venerdì scorso. Se infatti fosse in diretta, il momento di preghiera potrebbe comportare interruzioni o spostamenti inopportuni di telecamere, che risulterebbero nocivi al clima orante che si vuole trasmettere ai telespettatori. Questa del rosario del mercoledì, da differenti santuari mariani del Paese, è una iniziativa di preghiera promossa dalla CEI per invocare da Dio, tramite l’intercessione di sua Madre, la cessazione dell’epidemia e il ritorno a quella quotidianità di vita che il virus per ora ci ha rubato. Il riscontro sul gradimento della trasmissione ha dato un esito parecchio positivo. Se una critica si può fare, è riguardo alle inquadrature, che hanno privilegiato i primi piani, trascurando di mostrare più completamente la bellezza del luogo. Primi piani che sono stati causa dell’ironia di alcuni amici sui miei nuovi occhiali, regalatimi da un ottico di Copertino, visto che era irrecuperabile la montatura di quelli “rubati” a mia sorella, dopo che lei è salita di gradazione. Le due definizioni, che mi hanno strappato un largo sorriso: il padre Kolbe del Salento e Harry Potter a 60 anni (e qui andrebbe bene una di quelle faccine con una gran risata).

Giovedì 30 – Il decreto del governo sulla fase 2 prevede, a partire dal 4 maggio, la possibilità di celebrazione delle esequie. Le indicazioni date alla CEI, per vivere questo momento in sicurezza, sono indicative di quello che sarà richiesto al momento del permesso di riapertura ai fedeli della celebrazione eucaristica. Riporto alcuni stralci. “Prima dell’accesso in chiesa dei partecipanti, sia garantita da un addetto alla sicurezza la misurazione della temperatura corporea, attraverso un termometro digitale o un termo-scanner. Questa disposizione è richiesta anche per le celebrazioni all’aperto. Venga bloccato l’accesso a chi risulti avere una temperatura corporea superiore ai 37,5°C… nel momento della distribuzione della Comunione eucaristica si evitino spostamenti. Sia il celebrante a recarsi ai posti, dove i fedeli sono disposti nel rispetto della distanza sanitaria. Il sacerdote indossi la mascherina, avendo cura di coprirsi adeguatamente naso e bocca, e mantenga a sua volta un’adeguata distanza di sicurezza. La distribuzione dell’Eucarestia avvenga dopo che il celebrante abbia curato l’igiene delle proprie mani; lo stesso abbia cura di offrire l’ostia porgendola sulle mani dei fedeli, senza venire a contatto fisico con esse.
Per quanto concerne la sanificazione, la chiesa sia igienizzata regolarmente, mediante pulizia delle superfici e degli arredi con idonei detergenti ad azione antisettica. Al termine di ogni celebrazione si dovrà favorire il ricambio dell’aria. Ove siano presenti spazi idonei, contigui alla chiesa, si prenda in considerazione la possibilità di celebrare all’aperto, con il rispetto delle distanze di sicurezza e delle altre indicazioni sopra disposte… Sia indicato anche l’obbligo di rimanere a casa in presenza di temperatura corporea oltre i 37,5°C o di altri sintomi influenzali… o vi è stato contatto con persone positive a SARS-COV-2 nei giorni precedenti”. Insomma, qualcosa di complicato, soprattutto in riferimento alle celebrazioni domenicali. Ne esce alquanto snaturato il senso di convivialità gioiosa, che invece dovrebbe caratterizzare ogni Eucaristia. Se ne stravolge abbastanza lo spirito e il senso della partecipazione dei fedeli. Forse si dovrebbe lasciare la libertà di decidere, senza il “ricatto” dell’obbligo del precetto domenicale. Non avrebbe senso partecipare con addosso ansia e angoscia. E forse sarebbe un criterio da applicare anche per i sacerdoti…

Sabato 02 maggio – Per la seconda volta il Papa, pur parlando in generale, ha detto una parola saggia sul dibattito politico italiano, richiamando le parti al dialogo e alla collaborazione, elementi indispensabili in un momento di grave crisi a tutti i livelli, come quella che stiamo attraversando. Molto opportunamente ha citato un proverbio argentino, che recita che non è saggio, anzi è da stolti, voler cambiare cavallo mentre si sta guadando un fiume in piena.

Domenica 03 – 57ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si tiene ogni anno nella domenica del Buon Pastore, di cui si parla nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni. Al versetto 10 Gesù dice che il fine della sua missione è di donare la vita, e una vita abbondante, piena. Il tema della giornata di quest’anno è: “Datevi al meglio della vita”. Non è darsi il meglio della vita, dove al centro saremmo noi stessi; ma dedicarsi al meglio della vita, in un dinamismo centrifugo. La vita insomma è abbondante nella misura in cui sono capace di dono, di servizio. E il meglio non lo decido io in base ai miei presunti bisogni, ma lo accolgo da un Altro, da Dio, che me lo offre sapendo di rispondere così al mio bisogno più vero di pienezza.

A proposito di vita, oggi abbiamo celebrato gli 85 anni del nostro padre Giuseppe Pasquariello. La festa è stata rigorosamente ristretta alla nostra comunità; ma per fortuna siamo riusciti a prendere una torta da asporto, ed abbiamo vissuto un momento piacevole di serena fraternità.


mercoledì 29 aprile 2020

13) Diario personale, dal convento, nei giorni del coronavirus

Martedì 21 – Martedì 28 aprile 2020

 Martedì 21 – Sto leggendo, nella versione spagnola, un piccolo ma prezioso volume del monaco Anselm Grün, dal titolo “Noi restiamo a casa. Vivere insieme. Istruzioni per l’uso”. In esso si raccomanda, per vivere bene la quarantena, di farsi un programma di attività giornaliere, al fine di abitare il tempo, senza improvvisazioni né rigidità; di dominarlo, e non subirlo passivamente. Allora mi sono prefissato di fare dello sport, naturalmente senza eccessiva sistematicità, dote che non mi appartiene. Per cui alcune mattine, subito dopo la preghiera, faccio un po’ di cyclette, unico attrezzo della nostra “palestra” conventuale, guardando la televisione. Uno dei programmi che più seguo è “Agorà”, su Rai3. Uno degli ospiti di oggi era Mario Tozzi, noto geologo e promotore di campagne per il rispetto dell’ambiente, visto che domani si celebra la Giornata mondiale della Terra. La quarantena forzata sta facendo riposare il pianeta. Gli effetti positivi sono noti a tutti: la natura è uscita per ora dalla terapia intensiva; vi è una notevole diminuzione di ogni tipo di inquinamento, per cui l’aria è più respirabile, le acque più limpide, il cielo più terso. La domanda e la preoccupazione è: saremo capaci di un nuovo rapporto con l’ambiente dopo il coronavirus? Si tratterebbe di reimpostare i nostri stili di vita e l’economia mondiale, pena la fine della vita sulla terra. Come ci ha ricordato il Papa, è da folli pensare di stare bene in un mondo malato. Dovremmo investire nello sfruttamento sostenibile delle risorse della terra e nella difesa del pianeta, cose che creerebbero numerosi e nuovi posti di lavoro, e ci permetterebbero di continuare a vivere. Purtroppo – ed è una mia opinione personale – la maggior parte dei governanti del mondo, e forse degli uomini, mancano di lungimiranza; sono attratti più dai guadagni e successi immediati, che dalla ricerca di un bene vero e universale. Ma ormai siamo davvero a un bivio che non ammette ritardi né ritorni.
Alle 21.00 ho seguito il film-documentario “Earth”. Immagini bellissime. La natura e la vita sono meravigliose. L’uomo ha la responsabilità di custodire e salvaguardare tali meraviglie, o il potere immenso di decretarne la fine, con conseguenze funeste per lo stesso genere umano, destinato ineluttabilmente a grossissime perdite, se non addirittura alla totale scomparsa.

Mercoledì 22 – 50ª Giornata mondiale della Terra. Mi verrebbe da dire: 50 anni di tempo sprecato e occasioni perse. Ma pare che qualcosa si stia muovendo ultimamente, a opera non della generazione adulta, ma di quei ragazzi stanchi delle nostre non decisioni, che guardano alla vita che hanno ancora davanti, percepiscono la drammaticità di un precipizio sul quale la loro generazione si trova per le nostre scelte, e sentono l’urgenza ultima di un ritorno indietro o di un ponte. In questo giorno ho pensato all’impegno del Papa per il medio ambiente, attraverso la sua lettera enciclica “Laudato sii”. In essa parla della custodia del creato come impegno dato da Dio all’uomo, e della necessità di una ecologia integrale, che comprende anche quella della natura, dandole compimento. Inoltre ho voluto ascoltare qualche canzone che si riferisce a questi temi. Qui riporto “Cantico”, scritta da Eros Ramazzotti nel 1990 (30 anni fa!!); una attualizzazione del “Cantico di frate sole”, del “cantautore” umbro Francesco d’Assisi (vi inviterei ad ascoltare il Cantico di San Francesco musicato dal padre Stella). Poi, per completezza, ho ascoltato anche altre due canzoni “vintage” (come si usa dire oggi…): “Eppure il vento soffia ancora”, di Pierangelo Bertoli; e “Il vecchio e il bambino”, di Francesco Guccini. Splendide!!!

Giovedì 23 – Reazioni bipartisan alle affermazioni di Vittorio Feltri, il quale ieri sera, in una trasmissione su Rete 4, ha affermato che le critiche ai lombardi, soprattutto quelle che provengono dal sud, circa errori nella gestione dell’epidemia, sono fatte da invidiosi con il complesso di inferiorità. Lui non crede che si possa parlare di complessi di inferiorità, perché effettivamente “i meridionali in molti casi sono inferiori”. Penso che la frase si giudica da se stessa, e che non merita una risposta. Sarebbe darle una qualche importanza. Solo un paio di cose. Sono grato ai miei anni in Venezuela, che mi hanno risparmiato certi “opinionisti” (non che là non ce ne siano, e di peggiori purtroppo). Non sapevo nemmeno chi fosse Feltri, e sinceramente non è una ignoranza di cui mi pento, anzi. L’ho “scoperto” guardando il programma satirico di Crozza, l’unico su cui continuerò a sentirne parlare. Plaudo agli edicolanti napoletani, che hanno boicottato la vendita del suo giornale – ma spero anche giornalai di altre parti, nord Italia compreso –, e invito a fare altrettanto con tutte le trasmissioni dove ci sia lui come ospite (se ve ne accorgete al momento, basta semplicemente cambiare canale). Mi è piaciuto, in riferimento a questa uscita di Feltri, qualcuno che ha ripreso una citazione ironica del caro presentatore Corrado, defunto, il quale, forse a uno che lo aveva criticato, disse: “Dicono che la vecchiaia colpisce la testa o le gambe. Vedo che tu cammini perfettamente”.

Sabato 25 – Festa nazionale della liberazione. I canti più gettonati sono stati: Bella ciao e l’Inno nazionale. A me è piaciuto particolarmente un video, realizzato con nostri noti attori, sulle note di “La storia siamo noi”, di Francesco De Gregori. Si è parlato abbondantemente delle analogie tra la resistenza di quel periodo, che ha prodotto la liberazione, e i nostri giorni di lotta al coronavirus. Il presidente Mattarella ha invocato per oggi lo stesso spirito di collaborazione e generosità di quei giorni di fronte a un nemico differente, meno crudele ma più subdolo. Non sono mancate e non mancano scelte eroiche di chi decide di combattere l’epidemia in prima linea. La resistenza richiesta a tutti ha oggi un altro nome, ormai in voga: resilienza.

Domenica 26 – La giornata si è conclusa con un “botto” finale: la polemica presa di posizione della presidenza della CEI nei confronti delle decisioni del governo circa la cosiddetta fase 2, ossia una graduale ripresa delle attività dopo il periodo di quarantena. La lettera inviata al governo mi è parsa troppo “tempestiva”, per non essere già quasi preparata e per la tempesta che ha causato. In tutta sincerità, i toni di alcuni prelati e sacerdoti  sono stati eccessivi (mi riferisco alle reazioni di lunedì). Arrivare a parlare di dittatura e di attentato alla libertà di culto è una esagerazione. Non voglio dire che il governo sia esente da colpe. Si intuisce che si erano fatte delle promesse, poi non mantenute. Ma la situazione è davvero complessa. Ci si deve poi convincere che in Italia i cattolici praticanti sono una minoranza (secondo indagini statistiche, il 4-5% dei battezzati), e gli italiani paiono ora poco interessati a temi spirituali, mentre sono molto attenti a quelli economici. Insomma, aprire le chiese a celebrazioni pubbliche non è un argomento di interesse nazionale. Basti guardare i notiziari e le trasmissioni di approfondimento. E se qualche leader di partito prende posizione in favore dei vescovi, sono quasi certo che lo fa per interesse politico e per poter racimolare qualche manciata di voti. Arrivare a dire addirittura che la lettera della CEI avvicina la chiesa italiana alle posizioni della destra, porterebbe a chiedermi se per caso così non si starebbe allontanando dal Vangelo.
Da frate, non mi pare giusto non aver dato una giusta considerazione ai sacramenti come nutrimento della vita spirituale di tanti cattolici, moltissimi dei quali impegnati in prima linea. Se fosse vero, come alcuni hanno affermato, che l’apertura delle chiese è stata messa dal governo sullo stesso piano delle sale bingo, forse in quanto a similitudini nelle situazioni da gestire, nonché di collocazione del sacro nella sfera delle scelte strettamente private, non essenziali alla persona, allora non ci si deve meravigliare se la priorità la si dà al lavoro e alla produttività, non a ciò che può motivare l’animo umano in frangenti difficili. È giusto anche precisare che aprire le chiese al culto comporterà un modo del tutto nuovo di partecipare alle liturgie: distanza di sicurezza, mascherine, igiene, modalità per distribuire e ricevere la comunione in sicurezza, ecc. I sacerdoti, i cristiani sono preparati a questi cambi? Ho i miei dubbi. A volte mi sembra che si fantastichi una ripartenza senza problemi, normale, quasi uguale a come era prima. All’inizio invece prevedo difficoltà nella accettazione e gestione della nuova situazione, sia da parte del clero che dei fedeli. In ogni caso, il governo si è affrettato a dire di voler aprire un tavolo di lavoro con i vescovi, e spero con i rappresentanti di tutte le religioni. Infine oggi, martedì, il Papa ha detto la sua, richiamando alla prudenza (ricordo che è una virtù cardinale) in questa terribile pandemia, e all’obbedienza di fronte alle decisioni dei governanti.