giovedì 5 maggio 2011

Settimana Santa 2011

Ritorno a Conchabamba dopo quattro anni: Settimana Santa del 2007. Il ricordo della volta scorsa è molto piacevole…

Dopo aver lasciato a Socopò i postulanti che hanno viaggiato con me e aver pranzato, mi dirigo al villaggio in compagnia di due ragazzi del posto, ai quali do un passaggio. Un favore reciproco: loro giungono a casa senza aspettare il jeep; io evito il pericolo di sbagliare strada.

Mi accoglie il fascino del “llano”, con le sue distese di prato per l’allevamento di bovini. Lasciata la strada asfaltata, deviamo a sinistra e ci addentriamo in un paesaggio un po’ più selvatico. Ci troviamo nella antica riserva forestale di Socopò. I bananeti, dopo circa 20 minuti di strada sterrata, annunciano che siamo arrivati. Mi affascina questo panorama. Sarà il ricordo della prima volta; saranno i nuvolosi che coprono il cielo e minacciano pioggia, però tutto mi appare sotto una luce nuova e accattivante. La stessa luce che mi accompagnerà camminando dalla casa di Dilcia e Isaac alla cappella, nei momenti che precedono il buio. Luce indefinita e struggente, che trasmette gioia e malinconia a un tempo.

La Messa della sera è infestata da nuvole di insetti, attirati dalla luce dei lampadari (al mattino spazzo la cappella da quelli caduti morti e che formano quasi un tappeto sul presbiterio). Una “piaga” che pare possa essere problema di tutti i giorni, dovuta alla pioggia e all’umidità. Tuttavia, dal giorno dopo si risolve perlomeno il problema degli insetti che volano proprio sulla mia testa, distraendomi dalla celebrazione. Si mantiene spenta la luce diretta sull’altare e leggo con quella di un lampadario della navata. Un vero sollievo…

A differenza della volta scorsa, quando mi fermai ospite di una famiglia, decido di stare nei locali annessi alla cappella. Scelta che si rivela subito felice, perché mi permette la libertà e gioia intima di incontrarmi in solitudine con Dio, all’inizio e alla fine della giornata. È il momento del riposo in Lui, che fa della cappella di questo sperduto villaggio rurale il centro dell’universo, soprattutto del mio mondo e dei miei affetti.

Domenica delle Palme, 17 aprile – Tutto il giorno lo trascorro a Conchabamba. Colazione e pranzo a casa di Dilcia e Isaac, insieme a 4 dei loro 7 figli, che rivedo con piacere cresciuti, alcuni già adulti. Alle tre del pomeriggio, benedizione delle palme presso la croce della missione e processione verso la cappella. L’omelia è sul significato evangelico dell’accoglienza di Gesù e su come prepararci a vivere la Settimana Santa; nonché sul valore simbolico tradizionale che il venezuelano attribuisce alle palme nel giorno odierno. Vado a letto presto, così come farò anche nei giorni successivi. Forse dovuto alla stanchezza, ma anche al bisogno e godimento di un sonno, dono di Dio, scevro da preoccupazioni immediate e di routine. A mezzanotte mi sveglia un tremendo acquazzone. Al risveglio ancora pioggia e problemi di diarrea (che dureranno solo il giorno di oggi). Credo mi faccia male l’acqua del rubinetto. Dovrò bollirla…

Il programma dei prossimi giorni è il seguente: al mattino, confessioni e Messa nei settori circostanti; nel pomeriggio, lo stesso, però a Conchabamba. Ritorno alle esperienze pastorali dei miei inizi in Venezuela, in zone di pianura, lottando con calore e zanzare (qui c’è anche un insetto quasi invisibile, che si chiama “ején”, che punge e brucia ancora di più). Inoltre, sudate abbondanti, accompagnate dal dolce e refrigerante rumore dei ventilatori, che mi accompagna anche di notte, sia per il fresco, che per tenere lontane le zanzare e permettermi di dormire.

Lunedì Santo, 18 aprile – Faccio colazione in casa di José e Juanita, in compagnia del figlioletto José Emanuel, un bimbo di un paio d’anni, biondino y sveglio: riso, banane cotte e pesce fritto. José viene a prendermi con una moto presa in prestito, perché la sua giovane famiglia ha solo una bicicletta per muoversi. Alle 9.30 vado in moto a Costa de Conchabamba, distante 15 minuti circa di strada sterrata. Viaggiamo in tre sulla stessa moto: il conducente, un piccolo ministrante e io, con la borsa con l’occorrente per la celebrazione. I tre rigorosamente senza casco!!!. Nei giorni seguenti mi muoverò a volte in moto. Nella campagna è un modo facile ed economico di spostarsi da un luogo all’altro. Il casco praticamente non si usa, ed è normale che la moto si trasformi in mezzo di trasporto multiuso e con più viaggiatori.

Martedì Santo, 19 aprile – Ancora una volta in moto, per 20 minuti, fino a La Embajada. Stavolta andiamo in tre moto. L’inconveniente di questo mezzo sono le buche e la irregolarità della strada sterrata, al di là delle pozzanghere che si formano quando piove. Mi accompagnano due ministranti di 10 anni: Alberto e Jackson. Saranno i miei angeli custodi durante tutti questi giorni, compagnia gradevole e varia: Alberto pacioccone e grassottello, Jackson magro e sveglio.

Mercoledì Santo, 20 aprile – Mi sveglia un forte temporale. Normalmente la pioggia mi pone malinconico; però, qui in campagna, è uno spettacolo affascinante. Mi precipito fuori della cappella, per assaporare il panorama con gli occhi e respirare la pioggia…Oggi mi tocca andare a El Porvenir, a mezz’ora. Vengono a prendermi in camionetta (pick up). Piove durante tutta la mattina. Per questo alla Messa assistono in pochi. Però Dio mi ricompensa con una bellissima escursione attraverso questo territorio di allevamenti e bananeti, alla vista di bovini e gazze bianco rosate, al suono di abbondanti gocce dal cielo, inseguito dall’odore umido della vegetazione e dalla luce tipica dei giorni piovosi.

Giovedì Santo, 21 aprile – Oggi il clima è cambiato completamente. C’è il sole e il cielo è limpido. Vado per El Destierro, a 40 minuti, in pick up. Andata e ritorno tra una natura lussureggiante, malgrado gli interventi dell’uomo. Il verde degli alberi e dei prati risplende alla luce tersa del sole. Ci riceve con la solita cortesia il signor Alirio e la sua famiglia. Anche qui mi aspettano un paio d’ore di confessione e la Messa. Tornando entriamo a far visita a una vecchietta inferma e costretta a letto. Per arrivare alla sua casa si percorre uno stretto sentiero tra banani e vegetazione. La Messa della notte, con il lavatoio dei piedi, nella piccola cappella traboccante di gente, è semplice e solenne a un tempo.

Venerdì Santo, 22 aprile – Tutto il giorno è dedicato a Conchabamba. Al mattino l’incontro con il dolore degli uomini, nella visita agli ammalati della comunità. Le condizioni igienico sanitarie di un paio di loro sono impressionanti. Al pomeriggio mi scontro con il dolore dell’Uomo-Dio: Via Crucis intorno al villaggio fino alla cappella, dalle 14.30 alle 16.30; Adorazione della Croce e Sermone delle 7 parole di Gesù in croce, dalle 17.00 alle 19.00. Poi… solo in cappella!! Chiamo un momento a una persona amica, perché l’incontro con il dolore sconcerta e si sente il bisogno di una voce. Infine mi fermo a riflettere, davanti alla Croce, nella cappella vuota, sul giorno trascorso, impegnativo e bello. Il silenzio di quest’ora è la giusta compagnia alle celebrazioni umane e liturgiche di oggi.

Sabato Santo, 23 aprile – 45 minuti circa per giungere al Cinco, settore dove è prevista la Messa questa mattina. Ho provato a spiegare agli organizzatori che non ci sono Messe il Sabato santo; però mi hanno detto che ormai non si può cambiare il programma, deludendo una comunità preparata a questo e che mi aspetta. Cosicché celebro la resurrezione di Nostro Signore alle 11.00 del mattino!!! La gente apprezza e gradisce… La Veglia Pasquale a Conchabamba, alle 19.00, è molto partecipata. Tutto si svolge ordinatamente, benché ci sia un poco di chiasso da parte dei 5 bambini che si battezzano e dei loro familiari. Al termine di tutto, una signora chiede di parlarmi. Alle 23.00 finalmente vado a letto.

Domenica di Pasqua, 24 aprile – Mi alzo alle 6.00 e preparo il bagagliaio. Terminata la colazione, alle 7.15 parto per il Seminario, insieme ad Aura Beatriz, figlia di Dilcia ed Isaac, che studia a Michelena. Lascio Beatriz nel terminal di S. Cristobal e attraverso il portone del seminario alle 12.30 circa. È stata una settimana molto bella di lavoro pastorale, grazie soprattutto alla gente, ai luoghi e all’aver avuto l’opportunità di momenti miei da solo con Dio nella cappella.

domenica 1 maggio 2011

Semana Santa 2011

Vuelvo de pastoral a Conchabamba después de cuatro años: Semana Santa del 2007. El recuerdo de la vez pasada es muy agradable…

Luego de haber dejado en Socopó a los cuatro postulantes que han viajado conmigo, y de haber almorzado, me dirijo a la aldea de Conchabamba en compañía de dos muchachos de allí, a los cuales doy la cola. Así ellos me ayudan para no equivocarme en la ruta.

Me acoge el paisaje fascinante del llano barinense, con sus praderas para pasto de bovinos. Dejada la carretera asfaltada cruzamos a la izquierda y nos adentramos en un paisaje más silvestre. Estamos en la antigua reserva forestal de Socopó. Las plataneras anuncian que hemos llegado a destino. Me encanta este paisaje. Será por el recuerdo de la primera experiencia aquí; será por los nubarrones amenazantes lluvia, todo me aparece bajo una luz nueva y cautivante. La misma luz me acompaña en mi camino de la casa de Dilcia e Isaac hacia la capilla, en los momentos que preceden la noche. Luz indefinida, que transmite alegría e melancolía a la vez.

La Misa de las 7 p.m. es infestada por “nubes” de insectos, atraídos por la luz de los bombillos. Plaga que parece vaya a ser problema de cada día, debido a la lluvia y humedad. Aunque, desde el día siguiente se soluciona por lo menos el problema de los bichos sobre el altar, teniendo apagado el bombillo directo y usando la luz indirecta de los de la nave de la capilla. Un verdadero alivio para mi…

A diferencia de la vez pasada, cuando fui huésped de una familia, decido quedarme en los locales junto a la capilla. Elección que aprecio enseguida, porque me permite la libertad y la alegría íntima de encontrarme en soledad con Dios, al comienzo y al final del día. Es descanso en Dios, que hace de la capilla de esta pequeña y perdida aldea rural, el centro del mundo, de mi mundo y mis afectos.

Domingo de Ramos, 17 de abril – Lo paso por entero en Conchabamba. Desayuno en casa de Dilcia e Isaac, junto a 4 de sus 7 hijos, que vuelvo a ver con gusto, más crecidos y unos ya adultos. A las tres de la tarde bendición de las palmas, cerca de la cruz de la misión, y procesión hacia la capilla. Homilía sobre el sentido de la acogida de Jesús y la vivencia de la Semana Santa, y sobre el valor simbólico tradicional que el venezolano atribuye a los ramos en este día. Me acuesto pronto, como haré en los días siguientes. Quizás debido al cansancio del día, pero también el gozo de un sueño que Dios me regala, libre de preocupaciones inmediatas y rutinarias. A medianoche me despierta un tremendo aguacero. Al amanecer aún lluvia y problemas de diarrea, supongo por el agua de la llave. Tendré que hervirla…

El programa de los próximos días es el siguiente: en las mañanas confesión y celebración de Misa en los sectores de alrededor; en la tarde en Conchabamba. Vuelvo a las experiencias pastorales de mis inicios en Venezuela, en zonas llaneras, lidiando con calor y zancudos (aquí hay un bicho casi invisibles, que empero pica y arde aún más duro: el ején). Encima, abundantes sudores, aliviados por los ventiladores, cuya briza y ruido me acompaña también de noche, o sea por el fresco, o sea para alejar a los zancudos.

Lunes santo, 18 de abril – Desayuno en casa de José y Juanita, acompañado por el hijito José Emanuel, un niño de un par de años, catire y pila. José llega a buscarme en una moto prestada, porque la familia posee tan sólo una pequeña bicicleta para desplazarse. A las 9.30 a.m. voy en moto a Costa de Conchabamba, que dista alrededor de 15 minutos en carretera de tierra. Nos acomodamos en tres sobre la misma moto: el chofer, un monaguillo y yo con la maleta para la Misa. Los tres sin casco, por supuesto!!! En los días siguientes me moveré a veces en moto. En el campo es una manera fácil y económica di trasladarse de un lugar a otro. El casco prácticamente no se usa, y es normal que la moto se transforme en medio de transporte multiuso y con más viajeros.

Martes santo, 19 de abril – Otra vez en moto, hasta La Embajada. Vamos en tres motos. Los inconvenientes de viajar en moto se deben a los huecos y la irregularidad de la carretera de tierra, además de las charcas que se forman a llover. Me acompañan dos monaguillos de 10 años: Alberto y Jackson. Serán mis ángeles de la guarda durante todos estos días, una compañía muy agradable y variada: Alberto más gordito y tranquilo, Jackson flaco y muy pila.

Miércoles santo, 20 de abril – Me despierta un fuerte chubasco. Normalmente la lluvia me vuelve melancólico, pero en el campo es un espectáculo que me fascina. Me escabullo fuera de la capilla, para saborear con los ojos el panorama y respirar la lluvia… Hoy me toca ir a El Porvenir, a media hora de distancia. Por supuesto me buscan en camioneta. Llueve durante toda la mañana. Por eso a la Misa participan pocos. Sin embargo, Dios me recompensa con una bellísima excursión por este territorio de pasto para bovinos y plataneras, admirando las vacas y sus amigas las garzas; al sonido de gotas copiosas que caen del cielo, acompañado por el olor húmedo de la vegetación y la luz típica de los días de lluvia.

Jueves santo, 21 de abril – Hoy el clima ha cambiado del todo. Hay sol y cielo despejado. Voy para El Destierro, a 40 minutos en camioneta. Ida y vuelta entre una naturaleza lozana, a pesar de las intervenciones del hombre. El verdor de los árboles y de los prados resplandece a la luz clara del sol de hoy. Nos recibe con la usual amabilidad el señor Alirio y su familia. También aquí me esperan un par de horas de confesión y la Misa. De regreso, entramos a visitar a una viejita enferma en cama. Para llegar se recorre un angosto sendero entre plátanos y vegetación. La Misa de la noche, con el lavatorio de los pies, en una capilla repleta, es sencilla y solemne a un tiempo.

Viernes santo, 22 de abril – Todo el día de hoy es dedicado a Conchabamba. En la mañana me encuentro con el dolor de los hombres, en mi visita a los enfermos de la comunidad. Las condiciones higiénico-sanitarias de algunos son impactantes. En la tarde choco con el dolor del Hombre-Dios: Vía Crucis en los alrededores de la aldea hasta la capilla, de las 2.30 a las 4.30; Adoración de la Cruz y Sermón de las 7 palabras, de las 5.00 a las 7.00. Luego… ¡¡solo en la capilla!! Llamo un momento a una persona amiga, porque el encuentro con el dolor desconcierta y se puede sentir la necesidad de una voz. Después me quedo a reflexionar, delante de la cruz, en la capilla vacía, sobre el día, fuerte y bello a la vez. El silencio de esta hora es la precisa compañía a las celebraciones humanas y litúrgicas de hoy.

Sábado santo, 23 de abril – Alrededor de 45 minutos para llegar al Cinco, sector donde es prevista una Misa en la mañana. Expliqué a los organizadores que no hay misas el Sábado santo, pero me dijeron que ya no se podía cambiar programa o decepcionar a una comunidad en espera. Así que celebro la resurrección de Nuestro Señor ¡¡a las 11 de la mañana!!Y la gente aprecia el hecho de haber tenido Misa… La Vigilia pascual en Conchabamba, a las 7.00 de la tarde, es muy participada. Todo se desenvuelve en manera ordenada, aunque haya un poco de bulla por los niños que se van a bautizar. Al terminar, una señora quiere hablarme. A las 11.00 por fin puedo acostarme.

Domingo de Resurrección, 24 de abril – Me levanto a las 6.00 y preparo mi maleta. Después del desayuno, a las 7.15 arranco para el seminario, en compañía de Aura Beatriz, una hija de Dilcia e Isaac que estudia en Michelena. Dejo a Beatriz en el terminal de S. Cristóbal y cruzo el portón del seminario a las 12.30 cerca. Ha sido una semana de trabajo pastoral muy linda, gracias sobretodo a la gente, a los lugares y al haber tenido la oportunidad de mis momentos a solas con Dios en la capilla.

sabato 5 marzo 2011

Cinquantadue

Se aspetto ancora un po’, passerà un mese, prima di parlare del mio cinquantaduesimo compleanno, cosí come ho fatto per i precedenti da quando sono in Venezuela. Già ho sforato nel nuovo segno zodiacale.

In verità non ci sono cose importanti da raccontare, né riflessioni profonde da fare. È la quotidianità, stavolta, a farla da padrona. Le piccole cose, che, benché tali, non è detto che siano banali. Il giorno del compleanno l’ho passato a rispondere alle chiamate, agli auguri per iscritto, a portare i postulanti a Potrero per un progetto in favore dei bimbi di quella comunità rurale, a festeggiare, in maniera semplice e familiare, con la mia comunità e pochi amici presenti. Mi ha commosso aver ricevuto due torte, oltre le due che mi avevano preparato i postulanti. Per cui abbiamo avuto la merenda assicurata per alcuni giorni... Ho avuto il tempo anche di fare una brutta figura con i bimbi di Potrero, i quali mi hanno festeggiato e non mi è venuto in mente di condividere con loro una torta che avevo lì. Potrei addurre varie scuse: sono stato colto di sorpresa; avevamo fretta di tornare al seminario; dal giorno prima avevo sintomi influenzali... Peró, di fatto, mi sono sentito un verme una volta che ho messo a fuoco la situazione; ma era già tardi e inutile tornare indietro.

Lunedí 14 febbraio sono partito per S. Javier del Valle (Mérida), dove ero stato invitato da una professoressa di Machiques per dare un ritiro a 60 adolescenti dell’ultimo anno di liceo (16-17 anni). Sono stato molto indeciso se accettare o meno. L’ho sentita come una sfida e ho deciso di viverla. Ci sono andato in macchina, da solo, perché i tempi di incontro con il pullman dei ragazzi non si sono potuti rispettare. Dopo circa sei ore di viaggio sono arrivato a destinazione e la casa di esercizi mi ha subito rapito. È bellissima!!! Mi è parso un dono di Dio per il compleanno. E pensare che non ci volevo andare... Anche il ritiro è andato oltre le mie aspettative. Certo, alcuni dei ragazzi lo hanno vissuto in maniera distratta e stanca, però quasi tutti lo hanno disfruttato. Un aiuto importante mi è venuto dai 3 professori presenti, più una giovanissima suora. Inoltre, le suore della casa sono state molto simpatiche e accoglienti. Tutte erano state in Italia, perché la fondatrice era calabrese, e mi hanno fatto mangiare davvero bene, pregustando sapori italo meridionali. Gli spaghetti dell’ultimo giorno erano talmente buoni, che ho preferito fare il bis e rinunciare al secondo.

Di là mi sono diretto, dopo il pranzo del 17, al nostro convento di Pueblo Llano, a due ore di macchina. Qui mi sono dedicato alla lettura e al condividere la allegria di stare insieme agli altri frati, aiutando nelle cose di cui c’era bisogno, soprattutto nelle celebrazioni. Però mi sono davvero rilassato. Avevo previsto viaggiare lunedí 21 a Guanare, però fray José Luis mi ha chiesto di aiutarlo con la macchina a portare i nostri postulanti, in gita durante i giorni di vacanza scolastica tra i due semestri, al lago alpino di Mucubají. Cosí il martedí abbiamo goduto di un paesaggio mozzafiato. La passeggiata fino alla Laguna Negra, il pranzo al sacco improvvisato, lo stare insieme in allegria, sono stati un ulteriore dono alla mia vita.

Nel pomeriggio ho lasciato i ragazzi a Barinas e mi sono diretto a Guanare, per fare una serie di esami medici di routine. Prima mi sono fermato al monastero per celebrare la messa alle nostre sorelle clarisse. L’accoglienza è stata molto calorosa e mi pare ci sia un clima sereno, dopo le vicissitudini passate. Dei giorni in Guanare si può affermare lo stesso che ho detto circa il mio stare a Pueblo Llano, con l’unica differenza del clima, molto caldo perché in pianura. La salute sta fondamentalmente bene, tranquilli...

Venerdí sera, 25 febbraio, sono andato a Barinas, perché la mattina dopo mi ero impegnato a parlare ai giovani della parrocchia, in ritiro annuale, del tema della Giornata Mondiale della Gioventù. Cosí sabato, alle 9.00 del mattino, davanti a circa 120 giovani ho dato il mio tema e non mi pare sia andata male... A mezzogiorno sono partito per il seminario, insieme a fra Daniele e tre postulanti, dove siamo arrivati alle 18.00 circa.

Come potete vedere è stata una “lunga” celebrazione di compleanno. In verità alcune cose sono nate in maniera non programmata. All’inizio mi sono parse come inconvenienti nel cammino; poi si sono rivelate come il sapore particolare a quelle mie giornate. Devo imparare ad essere più accogliente verso queste “improvvisazioni” della vita, che all’inizio possono dare fastidio e disorientamento, ma che, spesso, possono diventare una vera sorpresa, inattesa e gradita.

Cincuenta y dos

Si espero aún más, dejaré pasar casi un mes, antes de hablarles de mi cumpleaños número 52, así como hice con los precedentes desde cuando estoy en Venezuela. De hecho, ya estamos en el nuevo signo zodiacal.

En verdad, no hay cosas importantes a contar, ni reflexiones profundas que se puedan hacer. Esta vez es la cotidianidad que prevalece. Las pequeñas cosas, que, aunque tales, no se puede decir que sean banales. El día de mi cumpleaños lo he pasado respondiendo a las llamadas, a las felicitaciones por escrito, a llevar a los postulantes a Potrero por un proyecto a favor de los niños de aquella comunidad rural, a celebrar, sencilla y familiarmente, con mi comunidad y pocos amigos presentes. Me ha conmovido recibir dos tortas, además de las dos preparadas por los postulantes. Esto nos ha asegurado la merienda por unos días… Tuve también el tiempo de meter la pata con los niños de Potrero, los cuales me hicieron fiesta y fui tan patán que no caí en la cuenta que habría sido hermoso compartir con ellos una torta que me habían recién regalado. Pudiera aducir varias justificaciones: me tomaron de sorpresa; teníamos prisa de volver al seminario; desde el día antes tenía malestar… Sin embargo, me sentí un gusano cuando logré enfocar la situación; pero era ya tarde y resultaba inútil volver atrás.

Lunes 14 de febrero salí para S. Javier del Valle (Mérida), donde me había invitado una profesora de Machiques para dar un retiro a 60 adolescentes del último año de liceo (16-17 años de edad). Estuve muy indeciso si aceptar. Lo percibí como un desafío y decidí asumirlo. Me fue en carro (otro reto…), solo, porque los tiempos de encuentro con el autobús de los muchachos no se pudieron respetar. Después de seis horas de viaje llegué a mi destino. La casa de ejercicios me arrebató de una por su belleza. ¡¡Es hermosísima!! Lo sentí como un don de Dios para mi cumpleaños. Y decir que no quería ir… También el retiro anduvo más allá de mis expectativas. Desde luego, unos lo han vivido en manera distraída y aburrida, sin embargo, casi todos lo han disfrutado. Una ayuda muy valiosa ha sido la presencia de tres profesores y una joven hermana religiosa. Encima, las hermanas de la casa fueron muy simpáticas y acogedoras. Todas habían estado en Italia, porque su fundadora era calabrese, e me han hecho comer muy bien, pregustando sabores ítalo meridionales. Los espaguetis del último día eran tan ricos, que preferí comer dos platos, renunciando a lo demás.

Desde allá me dirigí, luego del almuerzo del 17, a nuestro convento de Pueblo Llano, a dos horas en carro. En los días allá me he dedicado a la lectura y al compartir la alegría de estar con los frailes de aquella fraternidad, ayudando también en algo, sobretodo en las celebraciones. De veras que me he relajado. Tenía previsto viajar el lunes 21 para Guanare, pero fray José Luís me pidió auxiliarlo para llevar a los postulantes, de paseo en los días de vacaciones escolásticas entre los dos semestres, a la laguna alpina de Mucubají. Así que el martes pudimos gozar de un paisaje que deja sin aliento. La caminata hasta la Laguna Negra, el almuerzo medio improvisado, el estar en alegría, han sido un don ulterior a mi cumpleaños.

En la tarde dejé los muchachos en Barinas para ir a Guanare, donde me esperaba un chequeo médico de rutina. Antes de llegar hice una parada en el monasterio para celebrar misa a nuestras hermanas clarisas. La acogida fue muy cálida y me parece que el clima sea ahora sereno, después de las vicisitudes pasadas. De los días en Guanare se puede decir lo mismo acerca de mi estadía en Pueblo Llano, con la sola diferencia del clima, muy caliente, por estar en Los Llanos. Mi salud anda bien, tranquilos…

Viernes por la tarde, 25 de febrero, me fui a Barinas, donde la mañana siguiente tenía una charla a los jóvenes de la parroquia, en retiro anual, sobre el lema de la Jornada Mundial de la Juventud. Sábado, a las 9.00 a.m., delante de 120 jóvenes he dado mi tema y me parece que no fue todo un fracaso… Al mediodía salí para el seminario, junto a fray Daniel y tres postulantes. Llegamos alrededor de las 6.00 p.m.

Como se puede ver, se ha tratado de una “larga” celebración de cumpleaños. Unas cosas se han dado de manera inesperada. Al inicio las tomé como inconvenientes en el camino; luego se han revelado como el sabor particular para esos mis días. Debo aprender a ser más acogedor hacia estas “improvisaciones” de la vida, las cuales al comienzo pueden fastidiar o desorientar, pero, a menudo, pueden volverse en verdadera sorpresa, inesperada y agradable.

lunedì 31 gennaio 2011

Don Chucho (en español)


Su nombre es: Jesús Duque, pero todo el mundo lo conoce como don Chucho Duque. Dos amigos de una televisión del Táchira quisieran grabar un programa sobre él, en la serie “Héroes anónimos”. Don Chucho no es tan anónimo. Más bien es noto en el estado y varias personas se detienen para saludarlo. Una pared de su casa está casi repleta de placas de reconocimiento por sus actividades en favor de la salvaguarda del medio ambiente.

Sin embargo, cuidado. No estamos hablando de un profesional, de un profesor universitario o de un miembro importante de una asociación ecologista. Don Chucho es un campesino de la Ahuyamala, vía al Zumbador, ya mayor. Campesino veraz, que masca y escupe chimó, de la misma manera que rumia anécdotas y experiencias de vida, para luego expresarlas con sabiduría y convicción. No se despega de su sombrero de otros tiempos. Su rostro está surcado por las arrugas de la edad y la exposición a sol e intemperie. Su sonrisa no es patinada, mas sincera y transparente.

No tengo mucho de haberlo conocido. Tan sólo 15 días. Nos encontramos en Potrero de las Casas, donde él era el invitado especial para unos encuentros sobre la valorización del territorio, y yo un participante extemporáneo, por mi falta de conocimiento de todo lo que se relacione con plantas y naturaleza (como bien saben mis amigos italianos...). De toda forma, como franciscano, me encanta el espectáculo de la naturaleza, a pesar de mi ignorancia sobre nombres y características. Por eso fui a apoyar el lanzamiento de la iniciativa.

Allí tuve ocasión de compartir con don Chucho a nivel personal y público. A él, hombre de fe profunda y sencilla, le encantó que estuviera un sacerdote franciscano presente en el evento. Además, fui profesor, y ahora amigo, de un sobrino suyo próximo al sacerdocio. Me gustó mucho su manera de relacionarse con el medio ambiente, en particular los árboles. Desde hace varios años empezó a interesarse de las especies autóctonas. Cuenta que sintió como un llamado a esto (me atrevería a hablar de vocación, casi de un mandato divino). Interpeló profesores universitarios para entender; si embargo todos eran muy preparados sobre la teoría, casi inexpertos en la práctica. Por eso inició un camino personal que lo llevó a ser un verdadero maestro en el asunto.

¿Por qué hablo de “llamado”, de “vocación”? Porque él vive un respeto hacia la naturaleza que es muy cristiano: Dios lo creó todo bueno y tenemos que cuidar lo creado, confiado al esmero del hombre. En estas montañas se talaron árboles para el cultivo; pero sobretodo se importaron y plantaron plantas ajenas al lugar (pinos, eucaliptos, etc.), que dañaron el terreno, chupando las aguas y secando nacientes. Entonces don Chucho decidió dedicarse a un vivero de plantas autóctonas, cuyos nombres sugestivos ya no recuerdo por mi inexperiencia. Ellas respetan la naturaleza según el diseño de Dios. En resumidas cuentas, el mensaje es el siguiente: Dios hizo las cosas maravillosamente bien, el hombre intervino en manera bárbara a veces. ¿Qué se puede hacer? Volver a sembrar las especies queridas por Dios, reforestar la zona, para respetar el plan del Creador, hacer de la naturaleza amiga y aliada, y aprovechar de las aguas de las numerosas nacientes, que las especies ajenas dejan secas. ¿No es un plan ecologista serio, aplicado al territorio, eficaz y viable?

Para llevar adelante este proyecto-llamado, don Chucho tiene su pequeño vivero. Ha renunciado a cultivos más rentables. No todos lo pueden entender en una sociedad donde cuenta el capital y la ganancia, más que los valores y la armonía. Una elección profética, a menudo incómoda para él y desentendida por muchos: anunciar que se puede, debe vivir respetando la creación, antes de que sea demasiado tarde. Por eso insiste en la educación ambiental de los niños y acepta participar a iniciativas como las de Potrero, con tal de dar su aporte a la causa ecologista y a los planes de Dios para con la naturaleza y los hombres. Su rechazo hacia las especies no autóctonas no es xenofobia. Yo lo leo como el rechazo profético hacia los ídolos extranjeros, que nos apartan de Dios y sus proyectos. Las plantas “extranjeras” no son demonizadas por él. Ellas tienen su ambiente en donde Dios las puso, y allí ejercen su función positiva.

Sábado 22 de enero, de viaje a La Grita, quise visitar a don Chucho en su casa, al lado de la carretera principal. Lo encontré algo cansado, como desanimado. Por cierto fue muy amable, noble como siempre. Me enseñó el vivero y pude percibir su cariño hacia las plantas. Tenía, empero, algo del profeta desoído en su misión. Como si se diera cuenta de haber llegado a la ancianidad sin lograr transmitir su amor y respeto por la naturaleza a las generaciones venideras. Me dijo, con un velo de tristeza, que son pocos los que se interesan por sus plantas, o que las buscan para plantarlas en sus terrenos y jardines. No se trataba de deseo de ganancia, sino de sentido a su vida y misión. Así lo percibí yo...

Pensé en él... Me acordé de Keyla, una joven de Potrero, la cual me contaba de su disgusto en ver Petare (Caracas) y vivir allí unos días. Deseaba para su persona que ojalá Dios le permitiera vivir por siempre a contacto con la naturaleza, en su tierra, en donde Él la hizo nacer y la puso. Las metrópolis son una aberración con respecto al orden natural. Devolver las plantas a sus propios lugares es una manera de restablecer ese orden, que el hombre muy a menudo no respetó y sigue no respetando. Encima, es una oportunidad de recrear un ambiente favorable a la vida y ocasión de trabajo “natural”, sin caer en la tentación de inmigrar. Tarea enorme. Don Chucho nos enseña a empezar de lo cotidiano a nuestro alcance.

Pensé en mi... Yo soy una “especie no autóctona”, transplantada aquí en el Táchira. Me parece que Dios me está ayudando a ser más bien un “injerto”, que pueda nutrirse de la savia de esta gente, sin simplemente “chupar” hasta agotar, produciendo además unos frutos útiles para el hambre, de repente agradables al paladar, y que den sentido a mi presencia y alegría a mis días.

Al regreso quise volver a visitar a don Chucho. Estaba muy animado, porque los alumnos de un liceo, en pequeños grupos, lo estaban visitando para escuchar y aprender. Me brindó una taza de café. Le dejé una manzana, tres peras y dos racimos de uva. Frutos no locales, antes bien propios de Italia, cuyo sabor, si no se quiere imponer a toda costa, puede resultar rico para la boca y el corazón.

Nos despedimos como dos verdaderos venezolanos. Yo le pedí la bendición y él me la dio. Él me la pidió y yo, con gusto y sonrojo, se la di. ¡Dios te bendiga, don Chucho!