Il Vangelo da dentro
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc 6, 17-19).
Ci sono anch’io in questa accozzaglia di gente proveniente da tutte le
parti. Mi chiamo Sedekía, che significa “Dio è giustizia”, e sono stato mandato
da quelli del mio movimento religioso, i farisei, per rendere giustizia a Dio e
alla verità. Naturalmente provengo dalla ortodossa Giudea, e da Gerusalemme, la
città di Jahwé, inviato per esaminare questo “maestro” senza cattedra, di cui
tanto si parla. Le virgolette sono volute, perché, a differenza di me, che, per
diventare rabbino, ho studiato alla scuola di un maestro riconosciuto, egli è,
diciamo, un “improvvisatore”. All’improvviso è apparso sulla scena e da subito
ha attratto tante persone, con la sua parola e con i fatti straordinari che gli
si attribuiscono. Inoltre, esercita in Galilea, una regione poco più che
pagana, a causa della presenza di molti stranieri, per il suo trovarsi lungo le
due vie importanti di commercio tra l’Oriente e l’Egitto. Per di più, non si
preoccupa di condividere il suo tempo con pubblici peccatori e altre categorie
di persone classificate come impure, incurante di incorrere così in impurità
legale. Pare che gli interessi solo il loro bene. Ed anche in questa pianura
vedo che si lascia avvicinare da tutti, dispensando sorrisi e parole di
misericordia e amore, lasciandosi toccare ed elargendo abbracci e pacche di
incoraggiamento. Insomma, dal mio punto di vista di fariseo e rabbino della
Giudea, un vero scandalo!!
Eppure non riesco a prendere la distanza che vorrei, per un giudizio
obiettivo, e che dovrei, per non rischiare di contaminarmi anche io. Le sue
parole e i suoi gesti sono per me scandalosamente affascinanti. Il suo
insegnamento sull’amore e la misericordia non è del tutto nuovo rispetto a
quanto Dio ci chiede nella Scrittura; ma lui porta tutto ad altezze
meravigliosamente estreme, facendoci intravvedere e sognare orizzonti di una
bellezza inaudita, pur se difficile da raggiungere. L’amore che annuncia tocca
vertici da vertigini, che danno brividi di gioia e timore, di spinta ad osare e
paura di non essere all’altezza. Lo sguardo spazia e si inebria di luce e
panorami nuovi; ma la consapevolezza dei tuoi limiti e la realtà che ti
circonda sono un freno spesso duro da togliere, in modo da poterti finalmente
lanciare in un’avventura di vita senza molte sicurezze umane, contando però
sull’aiuto e sull’esempio di Dio.
Le ultime parole di Gesù, pur se rivolte a tutto l’uditorio e in
particolare ai suoi discepoli, mi sembrano indirizzate particolarmente a me e a
coloro che mi hanno mandato ad indagare. Per dirla tutta e con franchezza, sono
arrivato qui carico di pregiudizi e preconcetti sulla Galilea e su Gesù, quegli
stessi che hanno i miei fratelli di religione, il movimento dei farisei. E
allora, ecco la chiosa finale di Gesù sul cieco che pretende di guidare un
altro cieco; sulla pretesa assurda di voler correggere l’altro, avendo una
trave nell’occhio che non ti permette di vedere bene; sul giudicare gli alberi
non dalle apparenze ma dai frutti, e così anche gli uomini; sul far
“funzionare” il cuore nelle relazioni umane e nelle parole che si dicono. Si
direbbe una critica a tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che spesso
assumiamo noi farisei, che ci riteniamo i giusti per eccellenza, perché viviamo
alla lettera le norme della Legge e non ci immischiamo con gente che
consideriamo mediocre e peccatrice. E tuttavia, troppe volte incapaci di
autocritica e di misericordia, con il cuore arido, i giudizi taglienti e lo
sguardo fulminante. Non certo testimoni credibili di quel Dio che diciamo di
servire e che dovremmo annunciare al mondo; anzi, dimentichi di quanto amore
Egli abbia profuso per il suo popolo, di quanta misericordia abbia esercitato
verso i suoi peccati, di quanta pazienza e bontà abbia avuto nei confronti
delle continue ribellioni e infedeltà.
Io, Sedekía, sono giunto fino a questa pianura di Galilea per rendere
giustizia a Dio e alla verità, volendo giudicare Gesù secondo i miei schemi
mentali e le mie convinzioni preconcette. Mi ritrovo invece in piena crisi
salutare. Devo riconoscere che Gesù annuncia quel Dio da noi frequentemente
tradito, e lo incarna negli atteggiamenti e nelle azioni, coniugando
perfettamente e biblicamente misericordia e verità, giustizia e pace, come
recita il salmo 84. Partito dal cuore dell’ortodossia e della pratica religiosa
verso questa periferia geografica ed esistenziale, con atteggiamento snob, una
visione chiara e risposte già confezionate, me ne torno a Gerusalemme
sconvolto, con un bagaglio di dubbi e domande. Pieno però anche di una gioia
“strana”, frutto dell’esperienza di questi giorni; dell’incontro con tutte
queste persone “differenti” da me, con le quali ho condiviso, forzatamente e
fortunatamente, spazi e tempi; ma soprattutto frutto dei momenti di comunione e
di ascolto di Gesù Maestro (ormai senza più virgolette pregiudiziali, e con la “M”
maiuscola).