venerdì 10 settembre 2010

Monte Sant’Angelo: 7-25 de agosto

Normalmente este blog es escrito en italiano, sin embargo me decidí actualizarlo en español, porque me encuentro en Italia para mis vacaciones y para coordinar el curso de franciscanismo en Rivotorto de Asís. Por eso he pensado que les habría interesado más a los amigos venezolanos saber algo sobre mis días italianos. Por supuesto, escribiendo en una lengua que no es la mía, es normal que cometa errores de gramática y que la estructura del pensamiento sea la de un extranjero.
La primera tanda de mis vacaciones (e imagino lo mismo acontecerá con la segunda) se ha desarrollado toda en mi pueblo de Monte Sant’Angelo. Como las demás vacaciones desde cuando resido en Venezuela, trato estar con mis padres todo el tiempo. Bueno, no vivo recluso en casa, pero sí me detengo en el pueblo compartiendo con ellos momentos del día. En manera particular, en este año.
El mar, que dista tan sólo 10 kilómetros, lo he mirado de lo alto del promontorio donde está asentado mi esplendido pueblo. Así que se quedarán decepcionados mis amigos de Venezuela al verme “blanco” como a mi salida. Extrañados se quedan también mis paisanos al verme cada año del mismo color cuando llego. Para ellos Venezuela es sinónimo de Caribe, de sol, de tez bronceada, etc. Fatigo hacerles entender que vivo en zona andina, lejos mil millas de las playas oceánicas.
Además, no recibí muchas invitaciones, o los horarios eran incómodos para mis compromisos de auxilio a la parroquia franciscana, que dista pocos metros de mi casa, y a fray Germano (quisiera agradecer al Provincial fray Michele y a los frailes de la comunidad de Monte, por la atención fraterna a este hermano enfermo; a fray José Antonio Cristancho y a los dos postulantes Francesco, por el cariño y la generosidad humana en la asistencia a él). Sin embargo, no me quejo. Lo importante es estar unos días con mis viejos, que, gracias a Dios, están bastante bien, pese a su edad. Encima, en mi pueblo se vive muy bien en verano y el paisaje nunca te cansas de contemplarlo. Aprovecho para pasear en las afueras; encontrar y visitar a parientes y gente de mi vida; leer; asistir a unas iniciativas culturales; completar crucigramas con mi papá; echar vainas con los viejos y los vecinos; compartir con amigos de infancia y juventud; recibir a personas de Gravina y Copertino que vienen para visitarme y pasar momentos de alegría juntos (a un momento de estos se refiere la foto grupal). Todas cosa que se pueden vivir sobretodo en agosto. Por eso busco venir a Italia en este mes. Total que no me aburro.
Los sentimientos predominantes son de alegría nostálgica. Me encanta todo lo descrito. Sin embargo, cuesta a veces ser interpelados por las injurias del tiempo que pasa. Considerar que a lo mejor no todos estaremos vivos el próximo agosto; que de repente tendré que cambiar mes de vacación, sin la posibilidad de encontrar amigos emigrados por trabajo… Luego decido vivir, y disfrutar las oportunidades que Dios me presenta día tras día, aun echando de menos a Venezuela.

lunedì 16 agosto 2010

Cochabamba - Sucre - Potosí






Scrivo sull’aereo in viaggio verso Roma. Avrei voluto vedere i film che trasmettono durante il volo e che aspetto per cercare di non dormire, così assorbo meglio il jet lag quando arrivo in Italia. Infatti, dopo un giorno e mezzo senza dormire, crollo a sera e mi ritrovo già nel ritmo europeo. Le volte precedenti ha funzionato. Stavolta c’è un inghippo: non funzionano le cuffie in tutto l’aereo, per cui decido di mantenermi sveglio scrivendo della mia permanenza in Bolivia. Qualcosa che integri il post precedente sul Congresso con racconti di taglio “turistico”.


Cochabamba – La città è posta a 2.500 mt d’altezza, circondata da montagne. Il cielo appare tesissimo per gran parte dell’anno, proiettando una luce particolare sulle cose e la natura. Il clima è molto secco e l’escursione termica notevole. Si passa dai 4-5 gradi della notte e mattino presto, ai 28-30 quando splende il sole. La pelle ne risente: le labbra si bruciano, le dita si spaccano e il naso spesso, al risveglio, sanguina. Questo almeno l’ho sperimentato io.
Il popolo boliviano vive molto ancorato alle sue radici e tradizioni, anche perché costituito, per molta parte da etnie indigene. I due gruppi principali sono i quechua e aymara, ciascuno con il suo idioma. Tarata, dove abbiamo tenuto il congresso, parla e vive quechua. Due cose mi hanno colpito.
Venerdì 16 luglio, davanti alla chiesa dei frati c’era una “veglia” in onore della Vergine del Carmelo, con gruppo mariachi e alcune persone del popolo ad ascoltare. Durante l’atto si sono distribuiti panini a tutti i presenti; poi, in alcuni secchi di plastica, con delle “coppe” comuni per attingere e bere, si è condivisa la “chicha” (una bevanda di mais fermentato). Prima e dopo aver bevuto, ho visto che tutti spargevano un po’ del liquido al suolo, e non capivo se era per igiene o che. I frati mi hanno spiegato che si tratta di un rituale antico per ringraziare la “pacha mama”, la madre terra, che genera vita e ci nutre.
Il 25, a Cochabamba, ho assistito a una danza, il “tinku”. In occasione delle feste religiose vari gruppi etnico-folkloristici ballano in processione e davanti alla chiesa in onore del santo. Il tinku è una danza tribale per propiziare la fertilità della terra. Mi hanno spiegato che originariamente comprendeva il sacrificio di alcuni animali, il cui sangue serviva per fecondare il terreno. Gli spagnoli, al loro arrivo, per puro divertimento, obbligarono gli autoctoni a lottare tra loro, bagnando col loro stesso sangue la terra. La lotta doveva terminare con un morto, sacrificato alla madre terra. Le donne incitano gli uomini alla lotta. Oggi tutto rivive in una rappresentazione, all’interno di questa danza lunga e spettacolare, cruda e anarchica. I colori dei vestiti, tipicamente andini, sono vivaci e molto belli.
Dopo il congresso, insieme al mio guardiano fray José Luis, e Alvaro, frate uruguaiano, siamo andati per due giorni di turismo a Sucre e Potosì.


Sucre – Stessa altitudine e clima di Cochabamba, è una città molto bella, con chiese solenni e palazzi sontuosi, dell’età coloniale. Tutti dipinti di bianco, che le hanno valso il titolo di “città bianca”. Molto signorile, per il centro storico ben curato, è la capitale culturale della Bolivia per le sue università. La nostra chiesa di S. Francesco è bellissima. La più antica della città, conserva nel campanile la campana che risuonò insieme al grido di “libertà” in America Latina, duecento anni fa. L’ospitalità dei frati è stata squisita. Unico inconveniente personale: la seconda notte, l’ultima, di ritorno da Potosì, ho vomitato tutto il possibile, probabilmente effetti ritardati e collaterali dell’altitudine.
Ho visto che la Bolivia vive, quasi in carta carbone, lo stesso processo politico del Venezuela, però le città sono molto più sicure e si può passeggiare fino a sera tardi.




Potosì – La città della “plata” (argento). Dominata dal “Cerro rico”, perforato da gallerie minerarie, fu la capitale economica di tutta l’America Latina durante il periodo aureo dell’estrazione del prezioso metallo. Affascinante, magica nelle sue strette vie coloniali; assurdamente uguale e sciatta nel quartiere dei minatori. Si trova a 4.000 metri di altitudine e ci si arriva attraverso una suggestiva via tra le montagne e l’altipiano boliviano. Il luogo non è favorevole a nessun insediamento umano; solo l’argento, un tempo abbondantissimo, giustifica la sua fondazione da parte degli spagnoli.
Degni di visita il Convento delle Carmelitane e la “Casa de la moneda”, simboli dell’auge spirituale ed economico. Nel suo momento di maggiore splendore, Potosì arrivò a contare 160.000 abitanti, quando Madrid e Parigi ne contavano circa 60.000. Si organizzano visite alle miniere, ancora attive. Mi sono scontrato con uno dei mestieri più duri, pericolosi e assurdi. L’estrazione dei metalli potrebbe avere un suo senso; ma giustificare la morte di migliaia di indigeni nella storia, e di uomini e animali in generale solo perché l’uomo ha deciso che alcuni metalli sono “nobili” mi pare diabolico. Per lavorare duro a certe altitudini, ma anche per vincere semplicemente gli effetti dei 4.000 mt, si usa masticare foglie di coca. È tipico vedere i minatori con una guancia rigonfia per la poltiglia di foglie di coca che mantengono in bocca, succhiandola e masticandola. Il tutto accompagnato da sorsi di acquavite.
Siamo stati ospiti dei frati minori, nel bellissimo convento di S. Francesco, monumentale. Solo due frati, tra cui un italiano di 75 anni circa. Il freddo intenso, prima che salga il sole, e l’altura, pare scoraggino altri a volerci andare.
Ritorno dalla Bolivia contento per l’esperienza turistica e culturale. Per 11 giorni ho lavorato sodo nella preparazione e svolgimento del Congresso, essendo moderatore unico e membro della Commissione di sintesi quotidiana e finale. Bello e arricchente ascoltare gli interventi e scambiare opinioni, a livello formale e nei momenti fuori dell’aula. Il clima fraterno è stato splendido. Tre giorni li ho potuti vivere da turista, visitando luoghi suggestivi e venendo a contatto con la cultura boliviana, molto più autoctona e legata alle tradizioni che non la venezuelana.

lunedì 2 agosto 2010

Congreso de los frailes de AL en Tarata (Bolivia)

En los días 19-23 de julio del 2010, después de 64 años de la llegada de los Frailes Menores Conventuales en América Latina, a raíz de los 800 años de la aprobación oral de la Forma de Vida de Francisco de Asís, nos hemos encontrado en el histórico convento de Tarata (Bolivia), perteneciente a los Frailes Menores, para realizar un congreso con el siguiente tema: “Nuestra identidad y presencia conventual en Latino América, a la luz del VIII Centenario de las orígenes del carisma franciscano”. Por primera vez la Orden, presente en AL, se ha reunido en una manera tan plenaria para llevar a cabo un evento conmemorativo y reflexivo en común. Éramos 43 frailes representantes de las diversas instancias y presencias en nuestro continente: ministros, formadores, formandos e invitados. Organizado por el ministerio de reflexión “Mirefalc”, ha sido una ocasión para compartir la riqueza de la diversidad franciscana y conventual en este continente, en clima de apertura, interpelación mutua, cuestionamiento, escucha de la Palabra, alegría fraterna.



Uno por día se han desarrollado los siguientes temas: Formación para la misión; Memoria de los mártires; Eclesiología y aportes actuales. El mismo lugar, escogido por su capacidad de hospedar ese número de frailes, ha contribuido providencialmente al desarrollo de los temas. En efecto, el convento franciscano de Tarata, fundado en el 1792, formaba misioneros para los pueblos indígenas de Bolivia, ejemplo de diálogo y enculturación. El convento está ubicado el la parte alta del pueblo, no para dominarlo sino para ser punto de referencia evangélico. Además, Tarata está conformado por gente de etnia quechua, con tradiciones, vestidos e idioma propios. El convento es lugar de encuentro, diálogo intercultural, acogida y anuncio.



Somos invitados hoy a formarnos a la escucha del Espíritu Santo, para responder eficazmente a los desafíos actuales en el campo del anuncio del evangelio, sin repetir pasivamente esquemas pasados. El carisma conventual fraterno nos impulsa a ser hombres de diálogo con las diversas culturas que conforman nuestra AL, artistas de armonía entre belleza, verdad y bien, en una sociedad siempre más pluricultural. La opción preferencial para los pobres, en todas sus matices, sigue siendo propuesta privilegiada de la Iglesia latinoamericana, sobretodo para los seguidores de Francisco de Asís. Seremos significativos en cuanto capaces de narrar a Dios con nuestra vida y vivencia. Es como un retorno a la predicación penitencial franciscana. En el campo de la formación, educarnos a una mirada evangélicamente crítica hacia el mundo, llena a la vez de pasión por Dios y el hombre, el de hoy día, a menudo fragmentado y “líquido”.



La misión requiere radicalidad. Los mártires conventuales de AL, de quienes hemos hecho memoria por primera vez en conjunto y en una ocasión tan importante, nos impulsan a dar nuestras vidas por la causa del Reino, viviendo en lo cotidiano un estilo de vida cercano al pueblo, a la gente pobre y sencilla, hasta las últimas consecuencias. Estamos invitados a: descolonizar las mentes, el conocimiento, y recuperar la memoria histórica; fortalecer espacios y relaciones interculturales; ser “nómadas” de la vida, evitando aislamientos y comodidades; vivir y transmitir la comunión con la Trinidad; discernir los signos de los tiempos a la luz del Espíritu Santo y la Palabra.

Finalmente, hicimos memoria histórica y relectura del desarrollo de nuestras presencias, concluyendo que estamos desafiados a repensar nuestra fidelidad al carisma en nuevos contextos eclesiales, sociales y culturales. La parroquia sigue siendo la manera más común de nuestras presencias en AL. Queremos afirmar su validez; sin embargo hay que buscar siempre la modalidad franciscana conventual de llevar a cabo esta pastoral, abiertos además al discernimiento sapiencial sobre otras formas de presencia y servicio. Individuamos en la minoridad y la bondad – modalidades de Dios para comunicar con el hombre – la manera propia franciscana frente a un mundo caracterizado por una desafiante pluralidad.



En conclusión, el congreso ha sido un verdadero don de Dios. Muy apreciada su metodología de alternar ponencias, testimonios de vida, trabajos grupales e intercambios en asamblea. La riqueza experimentada en las celebraciones, en el intercambio de experiencias, en la comunicación verbal y corpórea de contenidos y retos, en el clima de fraternidad, esperemos pueda transmitirse a todos los frailes y tener una recepción positiva en nuestras presencias conventuales de AL, para que sean siempre más significativas y proféticas.

sabato 3 luglio 2010

Fotografie

Avrei voluto scrivere tante altre volte, della esperienza della conferenza ufficiale nell’aula dell’Università cattolica sulle lettere dell’Apocalisse; della conclusione dell’anno scolastico; delle varie presenze nel bellissimo convento-eremo del Carmelo, in aiuto a padre Pepe, solo e con problemi di salute; di tante altre cose, ma forse non era destino che lo facessi. Ora, a pochi giorni dalla mia partenza dal seminario (prima andrò in Bolivia e poi in Italia), mi sono imposto di riprendere il mio rapporto con il blog e con una comunicazione più lenta, meditata e lunga che quelle attraverso Facebook, piazza virtuale, tanto piena di gente che spesso il saluto è il “ciao” fugace scambiato nelle passeggiate estive lungo il corso del paese. Importante e bello, caldo, ma giocoforza veloce, perché sono in tanti che ti salutano e spingono a seguire la scia.

Lo spunto per scrivere me lo da stavolta la mia terra pugliese e non il Venezuela. Vorrei parlare di “morti”. Lo so, lo so che siamo in luglio e che il sole e la luce di Puglia invitano ad altre riflessioni; però vorrei rendere un semplice omaggio ad alcune figure che mi richiamano alla vita vissuta, e che nei giorni scorsi si sono accomodati nella stanza dei ricordi, e spero, credo accanto a Dio.

Non ho foto loro. Ne ho di mie. Quelle al lato del presente scritto, fotografate da fray Pedro Briceño, durante la sua visita in Italia e alla mia casa, e tratte dall’album di famiglia. Il che spiega anche la scarsa qualità dell’immagine. Si riferiscono a momenti ormai “morti” della mia vita, ma vivi nel ricordo. A volte è struggente “vedersi” in foto antiche; ripercorrere storia e sentimenti. Non è nostalgia o rimpianto. Sto bene nella mia storia e nel mio mondo attuali. Li abito con gusto e affetto, con realismo e tenerezza. Si insinua l’angoscia per il tempo passato e per il dubbio su quello e quanto ne resta. Ma prevale il ringraziamento per quanto sperimentato, per questo fiume di esperienze e ricordi che ti avvicina lentamente al mare; nella speranza che l’Incontro sia una lieta sorpresa e una salto nell’eterna e immensa giovinezza. Immagine efficace e consolatrice incontrata nel bel libro di Baricco “Oceano mare”.

Da queste foto parrebbe che la mia vita di religioso sia stata un continuo quasi predestinato. Non so se ho foto più antiche di quella dove sono vestito da “S. Antonio di Padova”, per un voto fatto da mia madre prima che nascessi. Segue la firma sul registro delle Professioni religiose. L’espressione di una persona amica venezuelana nel vederla è stata: “Estabas muy chamo” (eri proprio un ragazzino). Poi una della mia permanenza a Roma, in occasione della canonizzazione di S. Francesco Antonio Fasani. Curiosa perché fu l’unico periodo della mia vita con barba incolta e lunga. Naturalmente ne mancano molte, fino ad arrivare ai capelli bianchi di oggi.

Ma torniamo alle foto “narrate” delle persone suddette. Le prime tre sono del mio paese, e le chiamerò come le ho da sempre conosciute secondo il mio dialetto; l’ultimo è un sacerdote di Gravina.


Sabellin de Michel – Aveva un negozio di generi alimentari a 50 metri da quello dei miei. Erano i tempi dei piccoli negozi di paese, quando non esisteva la concorrenza vorace ed escludente dei supermercati attuali. Nel giro di 200 metri c’erano 3 negozi uguali. Si stava lentamente uscendo dalla crisi del post guerra. Erano gli anni ’60. Il ricordo della fame era ancora vivo. Molti erano emigrati all’estero. Si intravedeva l’uscita dal tunnel, però la vita era molto sobria. In tale clima la concorrenza era normale, per accaparrarsi clienti e non mollarli più. Non esistevano ferie. 365 giorni di lavoro all’anno, o quasi. Poi... la pensione, per lei e i miei. E il ritorno a rapporti non di concorrenza, dettati forse più dal bisogno che da competitività vera.


Mchel Marchiapon – Collega di lavoro di mio padre al cinema del paese. L’addetto alla macchina di proiezione, sempre alle prese con le pizze di celluloide, come Philipe Noiret in “Nuovo Cinema Paradiso”. E a me, ragazzino perduto per il cinema e i film, pareva entrare nella camera dei segreti, nel santuario dell’immagine quando potevo salire al suo ambiente di lavoro: una ridotta cabina di proiezione, dove il proiettore occupava quasi tutto lo spazio, come nel caleidoscopio della mia fantasia, che si muoveva al ritmo dei film e dei personaggi dello schermo. Poi i due cinema del paese chiusero. Mio padre si riciclò negoziante. Michele non saprei cosa...


‘Ngiulin u scarper – Il più vicino di tutti alla mia vita. Il calzolaio del quartiere. Sempre al lavoro nel suo bugigattolo di 2x2, addobbato con manifesti di film ormai ingialliti, chinato sulle scarpe da riparare, circondato da suole, tacchi, chiodi e colla. Una figura emblematica e istituzionale del rione “S. Oronzo”, per almeno 50 anni. Tutte le misure delle nostre scarpe sono passate per le sue mani. Il mio caro amico Matteo Armillota lo definiva “il mago di tacco e suola”. E davvero aveva della magia il suo riuscire a rattoppare sempre scarpe di tutti i tipi. Le mie prime di calcio mi sono durate anni grazie a lui. Naturalmente la sua bottega era anche luogo di chiacchierate. Quasi un circolo per i suoi amici, come la odierna bottega artigianale di Matte’ Trribl. Luoghi frequentati da mio padre. Uno che ha visto crescere varie generazioni e che, verso di me, nutriva un affetto particolare per la mia scelta sacerdotale. Mi mancherà non vederlo nella piazzetta del rione, quando in agosto sarò a Monte.


Don Peppino Cipriani – Sacerdote di Gravina, la cui piccolissima parrocchia storica confina con la nostra. Fu mio confessore durante i quattro anni del mio parrocato, dopo la morte del clarettiano padre Pietro. Un sacerdote di grande umanità, verso il quale nutrivo profondo affetto e stima. Sempre molto accogliente e misericordioso, con il suo sorriso, paziente con i miei ripetuti peccati, incoraggiante quando gli scaricavo un qualche stanchezza e delusione pastorale o spirituale. Un maestro di vita, dal quale ho appreso e ricevuto tanto. Lo avevo chiamato per telefono qualche tempo fa, avevo voglia di sentire la sua voce. Probabilmente pochi giorni prima della morte, e mi dispiace non ci fosse, sarebbe stato il nostro arrivederci.


domenica 25 aprile 2010

Uscire da se stessi per incontrare l’altro


Il presente post è per condividere con voi un articolo scritto per la rivista "Milizia Mariana". La prima reazione è stata quella di rifiutare l'invito e accampare qualche scusa, visto il titolo piuttosto impegnativo: "Uscire da se stessi per incontrare l'altro"; poi mi sono detto che potevo anche raccogliere la sfida e accogliere la richiesta di Angela, amica di sempre e direttrice della rivista. Il risultato è l'articolo che segue. A voi la lettura e il giudizio, che non mi interessa conoscere a tutti i costi, però è normale che ciascuno se ne formi uno al leggerlo. È un modo "diverso" stavolta di aggiornamento del blog.


“Il Signore concesse a me, frate Francesco, di iniziare in questo modo a fare penitenza; in effetto, vivendo tra i peccati, mi sembrava molto amaro vedere lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro, e usai con loro misericordia. E, al separarmi da loro, quello che mi sembrava amaro, si trasformò in dolcezza d’anima e di corpo; e, dopo di questo, aspettai un poco di tempo e uscii dal mondo” (Testamento di S. Francesco, 1-3). Così Francesco d’Assisi descrive il momento fondante della conversione, rileggendo la sua esperienza di vita poco prima della morte.

Si direbbe un itinerario di “uscite” ed “incontri”: l’incontro con Cristo e l’uscita da se stesso per incontrarsi con i lebbrosi, mondo sconosciuto e temuto. Incontro dalle valenze insospettate e inattese, che cambia radicalmente la sua visione delle cose, lo porta ad uscire da un mondo senza l’orizzonte Dio, per ridare spazio a Dio e a se stesso in Dio (la penitenza); recuperando, allo stesso tempo, la propria e altrui umanità, in un processo di inclusione e non di esclusione (usare la misericordia).

In fondo la medesima dinamica della Bibbia: Dio esce verso all’uomo, per invitarlo a uscire incontro a Lui e all’altro, in una modalità generativa includente e non escludente, riflettendo l’immagine stessa di Dio e ritrovando la propria identità nella prospettiva di famiglia e fraternità. Il camminare di Dio verso l’uomo è “rivelazione”, che permette a questi di scoprire l’Altro, altrimenti sconosciuto, e la sua “prossimità” nelle creature. L’incontro con l’Altro e gli altri si trasforma in itinerario necessario per incontrare se stessi e dare il senso, la direzione appropriata alla propria vita. Come Francesco d’Assisi e tutti quelli che si lasciano incontrare dal Signore. Incontro unico e fondamentale in un momento determinato della esperienza umano-cristiana, ma che richiede continui esodi quotidiani, nella ricerca constante del proprio ruolo nel mondo e nel disegno di Dio.

Nel mio caso di religioso francescano, un momento fondante di esodo da me stesso e di radicamento in Dio e nell’incontro con l’altro, assunto come fratello, è costituito dalla professione religiosa (in altri dalla risposta vocazionale a Dio, che sempre chiama a “uscire” per essere veri discepoli). Una “uscita” che ti colloca nel luogo dell’esodo-pellegrinaggio verso la terra promessa, intuita e anelata, con le sue risposte quotidiane alle sfide della vita, che ti spingono a rinnovare l’adesione a Dio, nella necessaria dinamica di penitenza-uscita e misericordia-incontro. In tal senso il voto di obbedienza diventa la provocazione di Dio a uscire da se stessi per incontrare l’Altro e gli altri. Esperienza naturalmente dolorosa nei suoi momenti iniziali (lasciare una realtà, un mondo, abitudini, relazioni e affetti, i propri schemi…); gioiosa e arricchente se ci si dispone a farsi incontrare e accogliere. Obbedienza difficile e foriera di pienezza, nella sua accezione fondante e/o quotidiana di interpellanza alla conversione, al cambio di direzione da sé all’altro.

Sempre mi è costato obbedire, uscire. Non ho cambiato molti luoghi nei miei 25 anni di frate; ruoli e scenari di presenza sì. Di certo, il cambio più radicale è stato quello che mi ha portato dove sono attualmente: il Venezuela. Dio solo sa quanto mi sia costato abbandonare la realtà pugliese e le persone di là, per abbracciare, almeno mentalmente, una cultura, un mondo e un impegno del tutto nuovi rispetto agli abituali. Mi sono “voluto” fidare di Dio, forte delle esperienze esodali già vissute, esperimentate come cammino di ricchezza nell’incontro e di rinnovata gratitudine verso la generosità traboccante di Dio, malgrado titubanze e opposizioni. E non mi sono sbagliato. Continuo nelle mie infedeltà e dubbi umani; ma quando lo Spirito riesce a parlare più forte del sottoscritto, mi rendo conto che lo spazio sottratto a me (dolorosamente a volte) e dato a Dio e al fratello, diventa il luogo della identità ritrovata e rinnovata, della gioia vera e della vita piena. In questo senso non abbiamo sempre da imparare, preceduti e guidati dall’esempio di Maria e dei nostri santi, instancabili camminatori dello Spirito, ricercatori assidui di vita e identità, pellegrini nell’itinerario verso Dio e l’uomo?!?