lunedì 2 agosto 2010

Congreso de los frailes de AL en Tarata (Bolivia)

En los días 19-23 de julio del 2010, después de 64 años de la llegada de los Frailes Menores Conventuales en América Latina, a raíz de los 800 años de la aprobación oral de la Forma de Vida de Francisco de Asís, nos hemos encontrado en el histórico convento de Tarata (Bolivia), perteneciente a los Frailes Menores, para realizar un congreso con el siguiente tema: “Nuestra identidad y presencia conventual en Latino América, a la luz del VIII Centenario de las orígenes del carisma franciscano”. Por primera vez la Orden, presente en AL, se ha reunido en una manera tan plenaria para llevar a cabo un evento conmemorativo y reflexivo en común. Éramos 43 frailes representantes de las diversas instancias y presencias en nuestro continente: ministros, formadores, formandos e invitados. Organizado por el ministerio de reflexión “Mirefalc”, ha sido una ocasión para compartir la riqueza de la diversidad franciscana y conventual en este continente, en clima de apertura, interpelación mutua, cuestionamiento, escucha de la Palabra, alegría fraterna.



Uno por día se han desarrollado los siguientes temas: Formación para la misión; Memoria de los mártires; Eclesiología y aportes actuales. El mismo lugar, escogido por su capacidad de hospedar ese número de frailes, ha contribuido providencialmente al desarrollo de los temas. En efecto, el convento franciscano de Tarata, fundado en el 1792, formaba misioneros para los pueblos indígenas de Bolivia, ejemplo de diálogo y enculturación. El convento está ubicado el la parte alta del pueblo, no para dominarlo sino para ser punto de referencia evangélico. Además, Tarata está conformado por gente de etnia quechua, con tradiciones, vestidos e idioma propios. El convento es lugar de encuentro, diálogo intercultural, acogida y anuncio.



Somos invitados hoy a formarnos a la escucha del Espíritu Santo, para responder eficazmente a los desafíos actuales en el campo del anuncio del evangelio, sin repetir pasivamente esquemas pasados. El carisma conventual fraterno nos impulsa a ser hombres de diálogo con las diversas culturas que conforman nuestra AL, artistas de armonía entre belleza, verdad y bien, en una sociedad siempre más pluricultural. La opción preferencial para los pobres, en todas sus matices, sigue siendo propuesta privilegiada de la Iglesia latinoamericana, sobretodo para los seguidores de Francisco de Asís. Seremos significativos en cuanto capaces de narrar a Dios con nuestra vida y vivencia. Es como un retorno a la predicación penitencial franciscana. En el campo de la formación, educarnos a una mirada evangélicamente crítica hacia el mundo, llena a la vez de pasión por Dios y el hombre, el de hoy día, a menudo fragmentado y “líquido”.



La misión requiere radicalidad. Los mártires conventuales de AL, de quienes hemos hecho memoria por primera vez en conjunto y en una ocasión tan importante, nos impulsan a dar nuestras vidas por la causa del Reino, viviendo en lo cotidiano un estilo de vida cercano al pueblo, a la gente pobre y sencilla, hasta las últimas consecuencias. Estamos invitados a: descolonizar las mentes, el conocimiento, y recuperar la memoria histórica; fortalecer espacios y relaciones interculturales; ser “nómadas” de la vida, evitando aislamientos y comodidades; vivir y transmitir la comunión con la Trinidad; discernir los signos de los tiempos a la luz del Espíritu Santo y la Palabra.

Finalmente, hicimos memoria histórica y relectura del desarrollo de nuestras presencias, concluyendo que estamos desafiados a repensar nuestra fidelidad al carisma en nuevos contextos eclesiales, sociales y culturales. La parroquia sigue siendo la manera más común de nuestras presencias en AL. Queremos afirmar su validez; sin embargo hay que buscar siempre la modalidad franciscana conventual de llevar a cabo esta pastoral, abiertos además al discernimiento sapiencial sobre otras formas de presencia y servicio. Individuamos en la minoridad y la bondad – modalidades de Dios para comunicar con el hombre – la manera propia franciscana frente a un mundo caracterizado por una desafiante pluralidad.



En conclusión, el congreso ha sido un verdadero don de Dios. Muy apreciada su metodología de alternar ponencias, testimonios de vida, trabajos grupales e intercambios en asamblea. La riqueza experimentada en las celebraciones, en el intercambio de experiencias, en la comunicación verbal y corpórea de contenidos y retos, en el clima de fraternidad, esperemos pueda transmitirse a todos los frailes y tener una recepción positiva en nuestras presencias conventuales de AL, para que sean siempre más significativas y proféticas.

sabato 3 luglio 2010

Fotografie

Avrei voluto scrivere tante altre volte, della esperienza della conferenza ufficiale nell’aula dell’Università cattolica sulle lettere dell’Apocalisse; della conclusione dell’anno scolastico; delle varie presenze nel bellissimo convento-eremo del Carmelo, in aiuto a padre Pepe, solo e con problemi di salute; di tante altre cose, ma forse non era destino che lo facessi. Ora, a pochi giorni dalla mia partenza dal seminario (prima andrò in Bolivia e poi in Italia), mi sono imposto di riprendere il mio rapporto con il blog e con una comunicazione più lenta, meditata e lunga che quelle attraverso Facebook, piazza virtuale, tanto piena di gente che spesso il saluto è il “ciao” fugace scambiato nelle passeggiate estive lungo il corso del paese. Importante e bello, caldo, ma giocoforza veloce, perché sono in tanti che ti salutano e spingono a seguire la scia.

Lo spunto per scrivere me lo da stavolta la mia terra pugliese e non il Venezuela. Vorrei parlare di “morti”. Lo so, lo so che siamo in luglio e che il sole e la luce di Puglia invitano ad altre riflessioni; però vorrei rendere un semplice omaggio ad alcune figure che mi richiamano alla vita vissuta, e che nei giorni scorsi si sono accomodati nella stanza dei ricordi, e spero, credo accanto a Dio.

Non ho foto loro. Ne ho di mie. Quelle al lato del presente scritto, fotografate da fray Pedro Briceño, durante la sua visita in Italia e alla mia casa, e tratte dall’album di famiglia. Il che spiega anche la scarsa qualità dell’immagine. Si riferiscono a momenti ormai “morti” della mia vita, ma vivi nel ricordo. A volte è struggente “vedersi” in foto antiche; ripercorrere storia e sentimenti. Non è nostalgia o rimpianto. Sto bene nella mia storia e nel mio mondo attuali. Li abito con gusto e affetto, con realismo e tenerezza. Si insinua l’angoscia per il tempo passato e per il dubbio su quello e quanto ne resta. Ma prevale il ringraziamento per quanto sperimentato, per questo fiume di esperienze e ricordi che ti avvicina lentamente al mare; nella speranza che l’Incontro sia una lieta sorpresa e una salto nell’eterna e immensa giovinezza. Immagine efficace e consolatrice incontrata nel bel libro di Baricco “Oceano mare”.

Da queste foto parrebbe che la mia vita di religioso sia stata un continuo quasi predestinato. Non so se ho foto più antiche di quella dove sono vestito da “S. Antonio di Padova”, per un voto fatto da mia madre prima che nascessi. Segue la firma sul registro delle Professioni religiose. L’espressione di una persona amica venezuelana nel vederla è stata: “Estabas muy chamo” (eri proprio un ragazzino). Poi una della mia permanenza a Roma, in occasione della canonizzazione di S. Francesco Antonio Fasani. Curiosa perché fu l’unico periodo della mia vita con barba incolta e lunga. Naturalmente ne mancano molte, fino ad arrivare ai capelli bianchi di oggi.

Ma torniamo alle foto “narrate” delle persone suddette. Le prime tre sono del mio paese, e le chiamerò come le ho da sempre conosciute secondo il mio dialetto; l’ultimo è un sacerdote di Gravina.


Sabellin de Michel – Aveva un negozio di generi alimentari a 50 metri da quello dei miei. Erano i tempi dei piccoli negozi di paese, quando non esisteva la concorrenza vorace ed escludente dei supermercati attuali. Nel giro di 200 metri c’erano 3 negozi uguali. Si stava lentamente uscendo dalla crisi del post guerra. Erano gli anni ’60. Il ricordo della fame era ancora vivo. Molti erano emigrati all’estero. Si intravedeva l’uscita dal tunnel, però la vita era molto sobria. In tale clima la concorrenza era normale, per accaparrarsi clienti e non mollarli più. Non esistevano ferie. 365 giorni di lavoro all’anno, o quasi. Poi... la pensione, per lei e i miei. E il ritorno a rapporti non di concorrenza, dettati forse più dal bisogno che da competitività vera.


Mchel Marchiapon – Collega di lavoro di mio padre al cinema del paese. L’addetto alla macchina di proiezione, sempre alle prese con le pizze di celluloide, come Philipe Noiret in “Nuovo Cinema Paradiso”. E a me, ragazzino perduto per il cinema e i film, pareva entrare nella camera dei segreti, nel santuario dell’immagine quando potevo salire al suo ambiente di lavoro: una ridotta cabina di proiezione, dove il proiettore occupava quasi tutto lo spazio, come nel caleidoscopio della mia fantasia, che si muoveva al ritmo dei film e dei personaggi dello schermo. Poi i due cinema del paese chiusero. Mio padre si riciclò negoziante. Michele non saprei cosa...


‘Ngiulin u scarper – Il più vicino di tutti alla mia vita. Il calzolaio del quartiere. Sempre al lavoro nel suo bugigattolo di 2x2, addobbato con manifesti di film ormai ingialliti, chinato sulle scarpe da riparare, circondato da suole, tacchi, chiodi e colla. Una figura emblematica e istituzionale del rione “S. Oronzo”, per almeno 50 anni. Tutte le misure delle nostre scarpe sono passate per le sue mani. Il mio caro amico Matteo Armillota lo definiva “il mago di tacco e suola”. E davvero aveva della magia il suo riuscire a rattoppare sempre scarpe di tutti i tipi. Le mie prime di calcio mi sono durate anni grazie a lui. Naturalmente la sua bottega era anche luogo di chiacchierate. Quasi un circolo per i suoi amici, come la odierna bottega artigianale di Matte’ Trribl. Luoghi frequentati da mio padre. Uno che ha visto crescere varie generazioni e che, verso di me, nutriva un affetto particolare per la mia scelta sacerdotale. Mi mancherà non vederlo nella piazzetta del rione, quando in agosto sarò a Monte.


Don Peppino Cipriani – Sacerdote di Gravina, la cui piccolissima parrocchia storica confina con la nostra. Fu mio confessore durante i quattro anni del mio parrocato, dopo la morte del clarettiano padre Pietro. Un sacerdote di grande umanità, verso il quale nutrivo profondo affetto e stima. Sempre molto accogliente e misericordioso, con il suo sorriso, paziente con i miei ripetuti peccati, incoraggiante quando gli scaricavo un qualche stanchezza e delusione pastorale o spirituale. Un maestro di vita, dal quale ho appreso e ricevuto tanto. Lo avevo chiamato per telefono qualche tempo fa, avevo voglia di sentire la sua voce. Probabilmente pochi giorni prima della morte, e mi dispiace non ci fosse, sarebbe stato il nostro arrivederci.


domenica 25 aprile 2010

Uscire da se stessi per incontrare l’altro


Il presente post è per condividere con voi un articolo scritto per la rivista "Milizia Mariana". La prima reazione è stata quella di rifiutare l'invito e accampare qualche scusa, visto il titolo piuttosto impegnativo: "Uscire da se stessi per incontrare l'altro"; poi mi sono detto che potevo anche raccogliere la sfida e accogliere la richiesta di Angela, amica di sempre e direttrice della rivista. Il risultato è l'articolo che segue. A voi la lettura e il giudizio, che non mi interessa conoscere a tutti i costi, però è normale che ciascuno se ne formi uno al leggerlo. È un modo "diverso" stavolta di aggiornamento del blog.


“Il Signore concesse a me, frate Francesco, di iniziare in questo modo a fare penitenza; in effetto, vivendo tra i peccati, mi sembrava molto amaro vedere lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro, e usai con loro misericordia. E, al separarmi da loro, quello che mi sembrava amaro, si trasformò in dolcezza d’anima e di corpo; e, dopo di questo, aspettai un poco di tempo e uscii dal mondo” (Testamento di S. Francesco, 1-3). Così Francesco d’Assisi descrive il momento fondante della conversione, rileggendo la sua esperienza di vita poco prima della morte.

Si direbbe un itinerario di “uscite” ed “incontri”: l’incontro con Cristo e l’uscita da se stesso per incontrarsi con i lebbrosi, mondo sconosciuto e temuto. Incontro dalle valenze insospettate e inattese, che cambia radicalmente la sua visione delle cose, lo porta ad uscire da un mondo senza l’orizzonte Dio, per ridare spazio a Dio e a se stesso in Dio (la penitenza); recuperando, allo stesso tempo, la propria e altrui umanità, in un processo di inclusione e non di esclusione (usare la misericordia).

In fondo la medesima dinamica della Bibbia: Dio esce verso all’uomo, per invitarlo a uscire incontro a Lui e all’altro, in una modalità generativa includente e non escludente, riflettendo l’immagine stessa di Dio e ritrovando la propria identità nella prospettiva di famiglia e fraternità. Il camminare di Dio verso l’uomo è “rivelazione”, che permette a questi di scoprire l’Altro, altrimenti sconosciuto, e la sua “prossimità” nelle creature. L’incontro con l’Altro e gli altri si trasforma in itinerario necessario per incontrare se stessi e dare il senso, la direzione appropriata alla propria vita. Come Francesco d’Assisi e tutti quelli che si lasciano incontrare dal Signore. Incontro unico e fondamentale in un momento determinato della esperienza umano-cristiana, ma che richiede continui esodi quotidiani, nella ricerca constante del proprio ruolo nel mondo e nel disegno di Dio.

Nel mio caso di religioso francescano, un momento fondante di esodo da me stesso e di radicamento in Dio e nell’incontro con l’altro, assunto come fratello, è costituito dalla professione religiosa (in altri dalla risposta vocazionale a Dio, che sempre chiama a “uscire” per essere veri discepoli). Una “uscita” che ti colloca nel luogo dell’esodo-pellegrinaggio verso la terra promessa, intuita e anelata, con le sue risposte quotidiane alle sfide della vita, che ti spingono a rinnovare l’adesione a Dio, nella necessaria dinamica di penitenza-uscita e misericordia-incontro. In tal senso il voto di obbedienza diventa la provocazione di Dio a uscire da se stessi per incontrare l’Altro e gli altri. Esperienza naturalmente dolorosa nei suoi momenti iniziali (lasciare una realtà, un mondo, abitudini, relazioni e affetti, i propri schemi…); gioiosa e arricchente se ci si dispone a farsi incontrare e accogliere. Obbedienza difficile e foriera di pienezza, nella sua accezione fondante e/o quotidiana di interpellanza alla conversione, al cambio di direzione da sé all’altro.

Sempre mi è costato obbedire, uscire. Non ho cambiato molti luoghi nei miei 25 anni di frate; ruoli e scenari di presenza sì. Di certo, il cambio più radicale è stato quello che mi ha portato dove sono attualmente: il Venezuela. Dio solo sa quanto mi sia costato abbandonare la realtà pugliese e le persone di là, per abbracciare, almeno mentalmente, una cultura, un mondo e un impegno del tutto nuovi rispetto agli abituali. Mi sono “voluto” fidare di Dio, forte delle esperienze esodali già vissute, esperimentate come cammino di ricchezza nell’incontro e di rinnovata gratitudine verso la generosità traboccante di Dio, malgrado titubanze e opposizioni. E non mi sono sbagliato. Continuo nelle mie infedeltà e dubbi umani; ma quando lo Spirito riesce a parlare più forte del sottoscritto, mi rendo conto che lo spazio sottratto a me (dolorosamente a volte) e dato a Dio e al fratello, diventa il luogo della identità ritrovata e rinnovata, della gioia vera e della vita piena. In questo senso non abbiamo sempre da imparare, preceduti e guidati dall’esempio di Maria e dei nostri santi, instancabili camminatori dello Spirito, ricercatori assidui di vita e identità, pellegrini nell’itinerario verso Dio e l’uomo?!?

lunedì 12 aprile 2010

Settimana Santa 2010

Son passati sette giorni da quando sono ritornato al seminario, dopo l’esperienza, in verità prolungata, della pastorale durante la Settimana Santa. Anche stavolta sono stato a Venegara, la aldea vicino a La Grita, che avete imparato a conoscere dai miei reportage, visto che da due anni i momenti di missione natalizi e pasquali li vivo lì. I miei alunni diocesani mi prendono in giro e mi dicono che ormai io sono il parroco di Venegara. E così, nello scherzo, la notte di Pasqua, ringraziando tutti per l’affetto che mi dimostrano ogni volta che ci vado, mi sono autonominato “Viceparroco” per la zona di Venegara. Cosa che ho comunicato anche al parroco, con il quale c’è un ottimo rapporto e che si è fatto una bella risata. Di fatto, però, è normale che si intensifichino amicizia e relazioni, visto che ogni tanto ci vado anche per bussare a verdura per il seminario. E così mi invitano, sempre più spesso, a celebrare eventi della “aldea”: nozze, prime comunioni, funerali...

Il problema è che questo sta succedendo anche con altri due villaggi di montagna più piccoli (Babuquena e Palenque), dove vado ad aiutare, pur non appartenendo alla stessa parrocchia. Essi sono meno esigenti, però mi preoccupo, quando vado, di celebrare o aiutare anche da loro. E la voce si sparge, di questo padre “senza fissa occupazione”, per cui già da un altro villaggio la responsabile pastorale mi ha chiamato perché vada una domenica a celebrare Messa e visitare gli infermi. Questi ultimi villaggi, di fatto, vedono il sacerdote una volta al mese, e quasi sempre di corsa.

Ma torniamo alla Settimana Santa.

Il lavoro pastorale è iniziato il venerdì precedente alla Domenica delle Palme, quando si celebra in tutta la parrocchia la “Vergine dei dolori”, un’antica devozione, pare di origine spagnola, abolita dopo il Concilio Vaticano II, perché un doppione della festa dell’Addolorata in settembre. Partito alle tre del pomeriggio dal seminario e arrivato a Venegara alle 17.30, alle 18.00 inizio la S. Messa. Alla fine della quale una delle animatrici della cappella mi dice che il giorno dopo dovrei celebrare un funerale a La Grita, per Neimar, una giovane di 27 anni, tutti vissuti in un letto, capace di muovere solo gli occhi e ascoltare. Mi ospita la famiglia amica di Antonio e Mirian, coi loro due figli Javier e Neimar, in una stanza con bagno – un vero “lusso” per una esperienza di missione – approntata per il figlio Miguel, seminarista che sta studiando teologia a Roma.

Sabato mattina vado a trovare p. Melquiades, il parroco, nella sede centrale della parrocchia in Sabana Grande. Ci si saluta e mi annuncia che ha invitato una religiosa e alcuni laici del movimento “Verbum Dei”, tre dei quali staranno con me a Venegara. Nel pomeriggio celebro alle 15.00 il funerale, con la chiesa di “S. Maria de los Ángeles” gremita di fedeli. Mentre alle 20.00, nel santuario-parrocchia del S. Cristo, celebro il matrimonio di Francy, giovane catechista di Venegara. Scrivo in mattinata un sms a fray Jesus Alexer, rimasto in seminario per una Pascua Juvenil, per chiedergli come va e dirgli del funerale e matrimonio. Mi risponde ironico: “In fondo sono la stessa cosa!!!”, e mi da lo spunto per l’omelia del matrimonio.

Domenica delle Palme, per aver deciso di dare una mano a Babuquena e Palenque, celebro tre Messe, con rispettive benedizioni e processioni: alle 10.00 a Palenque; alle 14.00 a Babuquena e alle 17.00 in Venegara.

Il lunedì santo lo dedico intero alla comunità di Palenque e il martedì a quella di Babuquena, con un medesimo orario: mattina visita agli ammalati, pomeriggio confessioni e Celebrazione eucaristica. Dalle 8.30 circa alle 13.30 visita agli ammalati, che non vivono vicini tra loro e bisogna spostarsi in camionetta. Dalle 15.00 confessioni, che si prolungano fino alle 21.15 in Palenque e alle 22.30 in Babuquena, con la sola mezz’ora di interruzione per la Messa, alle 19.00.

Mercoledì del Nazareno, celebro alle 7.30 in Babuquena e mi trasferisco definitivamente a Venegara. Alle 10.00 mi aspettano per andare a benedire una cappella rurale in montagna (le foto si riferiscono a questo). Mezz’ora circa di sterrato in salita spesso ripida, con due camion 4x4, per arrivare in cima con tutta la gente della famiglia padrona del terreno. Una bella passeggiata ecologica e un momento di riposo. Nel pomeriggio, alle 14.30, Via Crucis verso la parrocchia di Sabana Grande (un’ora di cammino) e S. Messa comunitaria del Nazareno alle 16.00. In realtà inizierà alle 17.30 e io, che ho già celebrato, confesso per più di due ore.

Il Triduo Santo si svolge nella sua normalità liturgica e pastorale: celebrazioni, Via Crucis per il villaggio, confessioni, visite agli ammalati. Devo dire che la presenza dei laici di “Verbum Dei” è stata di grande utilità nell’animazione della gente e delle liturgie. Ai tre della prima ora si sono aggiunti due altre durante i giorni del Triduo. Con loro – Ciro, Elubia, Kaira, Yainet e Laura – si è creato un bel rapporto da subito e un bel condividere, al di là dell’aspetto prettamente pastorale.

Domenica di Pasqua, celebrata la Messa alle 10.30 del mattino, sono rimasto a La Grita, per permettere al parroco del S. Cristo di prendersi un paio di giorni di riposo. Qui ho confessato durante la Eucaristia della sera e, alle 19.30 sono andato a celebrare una ultima Messa di novenario di defunto nella casa della famiglia di questa. Il giorno dopo mi sono toccate quattro Messe, di cui l’ultima ancora una volta di novenario. Martedì, dopo la celebrazione al mattino, sono tornato in seminario.

In definitiva dieci giorni impegnativi, ma belli. Non saprei come definirli diversamente. È che questi posti nominati, che prima per me erano semplici nomi senza senso, ora fanno parte della mia vita e dei miei affetti, insieme alle persone che li abitano. Condividere con loro parte del mio tempo, mi fa sentire bene, un po’ più “a casa”, e conferisce maggiore pienezza alla mia esperienza e alla mia consacrazione.




giovedì 18 marzo 2010

Fine settimana particolari

In quest’ultimo mese la vita è tornata alla sua normalità: seminario, scuola e poco più. Solo i fine settimana sono stati particolari, legati a impegni fuori, per cui è da un mese che la domenica non la trascorro in casa. Questa del 14 marzo è stata la prima dopo tanto tempo.

Prima, però, vorrei riprendere quanto scritto sui lebbrosi per fare una considerazione. Ho ricevuto attestati di ammirazione per quanto fatto in mezzo a loro, probabilmente dettati anche dall’impatto delle foto pubblicate su facebook. Vorrei ribadire, e non per affettata umiltà, che non ho fatto proprio un bel niente. Ho vissuto in mezzo a loro come qualsiasi di voi nella stessa situazione. L’amore vero non si misura da un’esperienza che considero di “turismo della carità”, ma da una solidarietà quotidiana che metta alla prova fede e pazienza. Sto pensando, in questo momento, a molti che hanno fatto scelte “eroiche” di presenza e assistenza verso chi ne avesse bisogno, incominciando dai più vicini. Mi viene in mente quanto si sta realizzando, giorno dopo giorno, tutti i giorni, nella nostra parrocchia di Gravina, nella nuova sala mensa per bisognosi “Casa della letizia”, inaugurata da poco, vera sfida concreta sul campo della solidarietà.

Ma veniamo brevemente a quanto annunciato all’inizio di questo scritto.


Venerdì 19 – Domenica 21 febbraio (1ª di Quaresima) – Sono stato costretto ad accettare un ritiro per professori e personale non docente (circa 40 persone) di un liceo di Machiques (Zulia), perché p. Pepe, carmelitano, era dovuto correre a Mérida per assistere sua madre anziana e ammalata. Non avendo trovato altri, ha chiesto che lo aiutassimo. Così sono andato nella loro splendida casa in montagna, a 18 km da noi. Era la prima volta di un ritiro in Venezuela, e per di più arrivato imprevisto e improvviso. Mi sono dovuto “arrangiare” con i temi proposti, mediandoli con quanto studiato per le lezioni sul vangelo di Giovanni. Pare sia andato bene lo stesso. Suppongo che insieme alle riflessioni, e più di esse, siano serviti lo stare insieme in semplicità e le ore trascorse a confessare tutti o quasi.


Venerdì 26 – Domenica 28 febbraio (2ª di Quaresima) – Questa volta sono stato a Pueblo Llano e Barinas. Nella sede del noviziato ho partecipato a un incontro del Definitorio, in veste di Presidente della Commissione per la Formazione. Il sabato sono “sceso” al caldo di Barinas per aiutare p. Germano nella celebrazione delle Messe festive (una il sabato sera e tre la domenica). È superfluo ripetere che questi incontri pastorali con il popolo di Dio costituiscono un gradito complemento al lavoro in seminario. Poi sono “risalito” a Pueblo Llano fino a martedì, per l’incontro di formazione mensile per coloro che si preparano alla professione solenne.


Sabato 6 – Domenica 7 marzo (3ª di Quaresima) – Stavolta il viaggio è stato per Venegara, villaggio dove vado da circa due anni per le “missioni” di Natale e Settimana Santa. Sabato si celebrava l’ultimo giorno del novenario di preghiera per Yordani, un ragazzo di 18 anni morto di tumore, da me conosciuto poco più di un anno fa. In genere il novenario è un momento molto sentito e partecipato. Per nove giorni si recita il rosario in casa del defunto o in un’altra di famiglia, davanti al “monumento”, vale a dire una specie di altare adornato con molti fiori e con al centro una foto e altri ricordi del defunto stesso. L’ultimo giorno è il più solenne e si celebra una Messa, quasi più partecipata della esequiale, spesso in uno spazio al lato della casa. Il momento è stato molto forte, per ovvi motivi. Ha piovuto per tutto il tempo e le lacrime dei presenti si sono confuse con la pioggia sui visi. Il giorno dopo, per permettere di avere una Messa anche in due villaggi vicini, dove il prete arriva una volta al mese (quando non subentrano altri impegni), ho celebrato quattro volte. Contando spostamenti e confessioni, in pratica ho occupato il tempo dalle 9 del mattino alle 20 di sera, con la sola interruzione per il pranzo. Ma, come dicevo sopra, sono incontri che ripagano degli sforzi fatti e della fatica.


Ora sono in attesa dell’impegno della Settimana Santa, che ancora una volta sarà a Venegara. In verità starò lì come residenza dal venerdì 26 marzo alla domenica di Pasqua; ma ho deciso di spostarmi nei giorni meno intensi, o quando il programma lo permette, per celebrare e confessare anche in un paio di villaggi vicini, dove già mi conoscono, e che non hanno sacerdote durante tutta la settimana. Se fino ad allora non riuscissi a riaggiornare il blog – cosa più che probabile – approfitto per augurare a tutti una Santa Pasqua.