venerdì 3 aprile 2009

Elezione del Provinciale

Scrivo brevissimamente per augurare a tutti una Santa Pasqua. Io “sparirò” di nuovo per alcuni giorni, nello stesso villaggio rurale – non eccessivamente distante dal seminario – dove sono stato già durante le feste di Natale. Poi, proprio come a Natale, dovrei andare di nuovo a Pueblo Llano, per fare presenza durante l’assenza dei frati di quella comunità, che hanno organizzato una vacanza in comune. Ritornerei al seminario la seconda domenica di Pasqua.

Approfitto anche per scrivere qualcosa sul Capitolo provinciale che ha concluso la prima parte dei suoi lavori. So che c’erano delle aspettative sulla mia persona, legate anche al desiderio di poter così tornare in Italia. Già sapete che il nuovo Ministro provinciale non sono io, ma fra Michele Pellegrini, al quale faccio i miei migliori auguri. Non è un servizio facile, e ha bisogno di tutto il nostro appoggio umano e spirituale. Sul mio può contare, in nome di una amicizia e stima antiche.
Come ho vissuto la cosa? Tranquillamente, potrei dire. Sono stato occupato in varie cose per “preoccuparmi” di una eventuale elezione. Dire che mai il mio pensiero è andato al Capitolo e a quello che avrebbe potuto significare per me, sarebbe una bugia inumana. Siccome sono umano, ci ho pensato. Ho anche immaginato cosa avrebbe potuto significare per me. Non ho perso il sonno né lo perderò ora. Mi è successo solo una cosa strana, una sensazione normale ritengo.
Il giorno 1 di aprile, tra le ore di scuola e l’impegno in seminario, il pensiero è corso con più frequenza al Capitolo, proiettandomi col pensiero, in modo naturale e in una alternanza di sentimenti, a come sarebbe potuta essere la mia vita da Ministro provinciale. Al risveglio del giorno 2, alle 5 del mattino, mi sono reso subito conto dell’esito della votazione (in caso contrario mi avrebbero svegliato prima). Poi mi è arrivato, alle 6, un sms di fray Yoan da Guanare sull’esito delle votazioni. Per alcuni attimi mi sono dovuto riappropriare della realtà venezuelana. È stato come un lungo flash. Una sensazione strana. Poi mi sono ritrovato a celebrare Messa con i seminaristi, all’aperto, sulla Tau nella piazzetta del seminario; quindi colazione, scuola e... la vita di sempre.
Alcuni mi hanno rimproverato di non essere venuto in Italia, di non essermi “proposto” adeguatamente... Vorrei concludere con una lettera scritta a chi avrebbe voluto che stessi in Italia nei giorni del Capitolo. Tra loro c’era anche fra Giuseppe Piemontese, almeno finché è venuto in visita in Venezuela e ho potuto comunicargli la mia decisione, senza però molte spiegazioni. Che poi sono semplici e, fondamentalmente, le seguenti espresse nella lettera (ometto pochi passaggi fuori tema).

... carissimi!!!
Scusatemi se non vi ho risposto in maniera immediata, come forse erano le vostre aspettative,... forse anche ciò che desidero scrivere mi ha fatto inconsciamente rimandare l’assunto in questione.
Non saprei cosa rispondere esattamente. O meglio, ho ben chiaro cosa voglio e cosa ho già deciso, ma mi costa dirvelo perché immagino potreste non capire o condividere. Proverò a farlo in breve.
La decisione presa è questa: non vengo in Italia per il Capitolo, ma accetto una eventuale decisione capitolare sulla mia persona. E provo a spiegarmi.
Partire per il Venezuela mi è costato molto. Lasciare i miei, i miei confratelli di una vita, il lavoro pastorale. Partivo quasi contando i giorni che mancavano al ritorno. Poi, come spesso o sempre mi accade, ho cominciato a lavorare qui, a condividere relazioni e progetti, ad assumere servizi e responsabilità. Insomma, sento che anche questa è una famiglia per me, quella dei frati e delle altre persone conosciute. E mi costerebbe lasciare tutto dopo poco più di tre anni, né mi sembra giusto verso questa realtà e le persone di qui. Sono un po’ stanco di cambiare radicalmente ogni 4 anni, come mi è successo durante il mandato di Giuseppe. Se dipendesse da me, mi fermerei ancora qualche tempo in Venezuela. Mi pare di lasciare sempre le cose a metà in questi ultimi anni...
Perché non vengo in Italia? Per me le ragioni sono evidentissime, lapalissiane. Che senso ha essere lì quando non ho diritto di partecipare al Capitolo?!? Non ho nessuna intenzione di “candidarmi”. Andrebbe contro quello che sono, ho sempre fatto e creduto, e contro ogni logica francescana. Spero sia una esagerazione quella delle autocandidature. Se fosse vera, sarebbe da preoccuparsi.
Vivendo qui, la mia vita attuale è qui. Non mi è parso giusto farla dipendere – come stavo erroneamente facendo – dal Capitolo provinciale. Certo, non posso ignorare che è importante e che potrebbe avere ripercussioni sulla mia vita futura, ma non potevo bloccarmi in attesa dell’evento. Così ho deciso di vivere i miei impegni e di accettarne almeno fino a Pasqua: due corsi intensivi nell’Istituto Teologico (15 ore settimanali tra italiano ed ebreo), e animazione della Settimana Santa nell’aldea rurale dove sono stato nel periodo natalizio.
Che succederà se doveste eleggermi? Non vedo alternative alla sospensione della elezione del definitorio. E d’altronde, se le regole prevedono che tutto l’Ordine abbia voce passiva in una elezione provinciale, si dovrà prevedere che un eletto che viva in America abbia il tempo di organizzarsi per tornare in Italia.
Probabilmente non è quanto avreste voluto ascoltare; però non riesco a pensare a una decisione migliore di questa, a lungo meditata e confrontata con varie persone. Per il resto, lasciamo fare a Dio, come dicevano, con saggezza e fede, i nostri antichi.
Potrebbe sembrare affettato dirvi che vi voglio un gran bene, ma è la verità. E mi sforzerò di volervene anche se... mi votate!!! Un abbraccio.

lunedì 9 marzo 2009

Tra i monaci trappisti di Mérida











Terminato il periodo degli esami nella facoltà, sono partito – lunedì 23 febbraio – per Guanare, insieme a fray Pedro e alcuni suoi familiari, che avevano preso parte a un incontro per i fratelli e sorelle dei membri del seminario, durante le festività di carnevale. Come sempre è forte l’impatto con il clima caldo della pianura, per noi abituati alla mitezza di Palmira. Unico momento di oasi: il pranzo in una trattoria presso un torrente, con yuca (una radice il cui consumo è simile alle nostre patate) e cachama (un pesce di acqua dolce) fritta. È così raro mangiare pesce, che ogni volta si trasforma in un evento di vera leccornia. Il fritto poi è molto abituale sulla tavola dei venezuelani.
A Guanare ho avuto modo di condividere un paio d’ore con Eugenio ed Elisabetta, e le figlie Teresa e Sara. Abbiamo parlato della loro esperienza e del fatto che sta giungendo al termine, con l’abituale misto di gioie e malinconie; del passaggio della zona pastorale dai frati alla diocesi, il prossimo 8 marzo, delle loro reazioni e di quelle dei fedeli; dei risultati referendari e della situazione socio-politica; della nuova gravidanza di Elisabetta e di come si sente… Abbiamo chiacchierato con gusto, e con l’amicizia creatasi fin dal loro arrivo.
Martedì sono partito con fray Nixon alla volta di Pueblo Llano, dopo essere passati per Barinas a prendere fray Jesus Alexer. Infatti domani, mercoledì delle ceneri, subito dopo colazione, è previsto un ritiro dei 4 frati che si preparano alla professione solenne, a Barinas, il 7 marzo, fray Jesus e fray Edisson; a Pueblo Llano, l’8 marzo, fray Daniel e fray Yovani. Il responsabile del ritiro sono io, mentre fray Franklin si è interessato per trovare il luogo: il monastero trappista de El Hato de los Estanques, tra le città di Merida ed El Vigìa.

Il monastero si trova, isolato, immerso tra le montagne di Merida, su un costone e con una splendida vista sulla valle sottostante, circondato da un appezzamento di terreno che serve ai monaci per sostenersi. Siamo stati ospitati nella foresteria, una costruzione “venezuelana”, con un patio centrale e tutti i locali all’intorno, distaccata dal monastero vero e proprio. Con i sei monaci presenti abbiamo condiviso la liturgia quotidiana, sobria e solenne a un tempo, così differente dal concetto di solennità dei venezuelani, con l’abbondare di ridondanza e suoni. Con due di loro abbiamo avuto un incontro più “ravvicinato”, che ha arricchito e diversificato i nostri pochi giorni di ritiro.
Esperienza, comunque, di distacco dal mondo, di trasfigurazione, provvidenziale per prepararsi a un evento spirituale tanto importante. Anche se l’animatore (io) ha annoiato i poveri frati, ammorbandoli con la lettura e riflessione sulle Costituzioni dell’Ordine. Ci siamo accorti che le conosciamo molto poco e che sono una vera ricchezza per incarnare la regola e il carisma francescani. Come pochi sono stati giudicati i giorni a disposizione, sia per un’adeguata preparazione alla professione, sia per un approfondimento spirituale e applicativo delle Costituzioni. Bene, occorre sapersi accontentare.

Domenica, messa in monastero e velocissimo pranzo, per non far aspettare dei signori che mi davano un passaggio fino ai piedi della montagna, dove avrei preso un mezzo per tornare a S. Cristobal. Ho preso una delle numerose “busetas” tra Merida e El Vigìa e, dal terminal di quest’ultima, un mezzo fino a S. Cristobal. Sfortunatamente mi è toccato un “autobus” di una di quelle linee il cui bigliettaio si affaccia a ogni piè sospinto dalla porta per procacciare passeggeri, e che fermano ovunque ci sia un qualcuno che chieda salire o scendere. Risultato: circa due ore in più per coprire il tragitto. Però con un risvolto positivo anche per me: sono sceso molto vicino al seminario, senza dover arrivare al terminal di S. Cristobal, a una fermata… non prevista!!!

sabato 21 febbraio 2009

11 febbraio 2009: 50 anni!!

Monte Sant'Angelo: il "mio" paese

Dopo aver ringraziato ieri – avendone avuto finalmente il tempo – tutti coloro che mi hanno mandato gli auguri di compleanno via email o sms, mi affaccio oggi sul blog, per estendere il mio grazie a quanti hanno avuto un pensiero per me l’11 febbraio u.s., e tentare un resoconto di questi miei 50 anni. Per carità, non intendo tediare nessuno con il riassunto della mia vita, né lanciarmi in una pubblica confessione da neo convertito (si sa, col passare degli anni si sente il bisogno di mettersi a posto con la coscienza …). Solo qualche piccolo dettaglio sulla giornata. O meglio, sulla settimana, visto che ci sono stati un paio di eventi che hanno accompagnato il giorno del compleanno.

Lunedì 9 febbraio
Il primo è stato il registrare un programma religioso per una televisione regionale – peraltro molto seguita –, lunedì 9, mandato in onda sabato 14. Eravamo in 4: due francescani e due domenicani. Il tema era la vita religiosa, la cui giornata si era celebrata una settimana prima. Le domande fatte a me quasi non le ricordo. So che ho parlato senza paure, ma un po’ più accelerato, come capita quando mi sento leggermente teso. L’accento non ho potuto nasconderlo; tuttavia credo di essermela cavata bene con la lingua. Mi ha meravigliato che non ci sia stato motivo per ripetere alcun momento. Temevo peggio.
Come sia andata e come mi sono percepito nella trasmissione, non lo so. Non ho potuto vedere la messa in onda del programma. Un paio di famiglie amiche dei frati hanno solo detto che i due eravamo… belli!!! Mah… È vero che nell’era dell’immagine conta più ciò che si vede dei contenuti, però…

Il quartiere di San Oronzo, dove sono cresciuto

Mercoledì 11 febbraio
Ho già scritto a quelli a cui ho risposto via mail, che i festeggiamenti per i miei 50 anni sono stati a dimensione “ridotta” rispetto alle aspettative e abitudini italiane. Questione di cultura e di ambiente: il seminario non è una parrocchia né un santuario. Però non me ne lamento affatto.
Sognavo, nei giorni anteriori, poter uscire e vivere qualcosa di diverso. Un po’ come mi capitava nei primi anni di Copertino, quando prendevo la bici e me ne andavo al mare, fino a sera, quando mi davo alla celebrazione, della Messa prima, e della festa poi. Gli altri anni li ricordo come giorno di festa, finché si sono celebrati i Patti Lateranensi; quasi sempre giorno di esami, durante lo studio della teologia; e giorno della e con la comunità, da sacerdote.
Invece il 50° è coinciso con una visita fraterna del Padre Custode al seminario; per cui l’ho vissuto come qualsiasi lavoratore che non può scegliersi, il giorno del compleanno, la modalità di festeggiamento. Posso dire che è stato un normale giorno di compleanno: la mattina e il pomeriggio ho risposto a qualche telefonata dall’Italia; la sera ho celebrato la Messa di ringraziamento alla presenza dei seminaristi e di pochi amici (una decina); infine abbiamo cenato e tagliato la torta.
Non era ciò che avevo sognato, ma la suddetta “normalità” non mi è dispiaciuta affatto. Alcuni dettagli da aggiungere. Non ricordo ciò che ho detto nell’omelia, ma ricordo che il clima della Messa è stato molto familiare. Ho ricevuto regali: una maglietta a mezze maniche e un’agenda. La cena, preparata apposta per me, è stata squisita: coniglio “guisado” da un professore che si diletta di cucina. Una prelibatezza… magari anche perché la fame era forte, visto il ritardo di due ore sul previsto. Le torte erano tre: sanno che sono goloso, e ai vecchi non si negano certi piaceri. Infine, non mi hanno cantato “Caballo viejo”; non ce n’era bisogno: l’età parla da sola (qui a 50 anni si è considerati davvero… vecchi!!!, anche se mi diverte vederli confusi nel rapportarsi a me; non riescono ancora a etichettarmi).
C'è una canzone che appartiene alla mia infanzia, la prima che ricordo nitidamente e che ha quasi 50 anni. Una canzone di Celentano, che ricordo ascoltavo incantato al nostro giradischi. La condivido oggi con voi http://www.youtube.com/watch?v=jR9X7GEV1vM
E la versione recente - strana - che rispecchia la mia dimensione attuale latinoamericana, con il 50º compleanno compiuto qui http://www.youtube.com/watch?v=NTSu-ZDaNjU
Mentre la canzone che vorrei proporre quest'anno, un vero inno alla vita di quel poeta che è stato Modugno (pugliese), è "Meraviglioso", nella versione attuale dei Negramaro (pugliesi), che mi "risuona" forse per il successo riscosso http://www.youtube.com/watch?v=6FP2-Xs-LAw

Sabato 14 febbraio
Ieri pomeriggio è morta la sorella di un nostro giovane frate di qua, fray Edisson. Aveva 31 anni, madre di 2 bambine di 12 e 6 anni. Soffriva di cuore e di fegato. Penso si sarebbe potuto fare molto di più per lei. La mia rabbia si scontra e stempera nella rassegnazione dei familiari. Io sono arrabbiato per l’inadeguatezza assurda, incivile del sistema sanitario pubblico (a dispetto di quanto dica la propaganda di stato). Loro, come quasi tutti i venezuelani, vivono la morte come qualcosa di ineluttabile, naturale nella vicenda umana. Riguardo a questo punto dubito su chi abbia ragione. Li vorrei a volte più incazzati. Ma è probabile che sbagli io, visto che mi sento frequentemente sconfitto dalla loro logica, e ricevo lezioni di vita e di fede.
Così oggi mi è toccato celebrare i funerali. A me, perché fray Luis era occupato con tutti i seminaristi in un ritiro. Tutta la mattina ho pensato a questo. Nel pomeriggio, in una chiesa gremita, ho predicato esprimendo i miei sentimenti umani. Forse sono uscito un po’ fuori della correttezza dogmatica, facendo parlare il cuore e il dolore. Ma chi se ne frega. Conoscevo lei e conosco la sua famiglia. Dio capirà, Lui che è cuore perduto, senza troppi ragionamenti.

Domenica 15 febbraio
Giorno di voto referendario su una ammenda alla Costituzione per la reelezione indefinita del Presidente della Repubblica. Vincerà il sì. Chi mi conosce sa quello che penso, e non vale la pena che lo ripeta. Non parlerò del teatrino della politica, spesso, sempre più lontano dalla vita reale. La storia vera non è quella dei grandi, ma la quotidianità dei piccoli, di cui mi viene fatto il dono della partecipazione e condivisione.

L'istituto scolastico delle medie e del liceo

mercoledì 28 gennaio 2009

Un inizio di 2009 molto particolare


Locaina del Niño Jesús (1 gennaio)
É legata a una tradizione molto antica, e di tipo familiare, nel senso che appartiene a una famiglia particolare, ma coinvolge tutto il paese. Si collega alla “locura” (=pazzia) – da cui “locaina” – che, secondo la tradizione, afferrò coloro che a Betlemme non diedero ospitalità alla Sacra Famiglia, soprattutto quando si resero conto che non avevano avuto la disponibilità per far nascere il Figlio di Dio, in casa propria. I membri della Locaina “impazziscono” il 24 di dicembre, e per una settimana parlano in modo strano ed esprimono concetti al rovescio, però compiendo opere buone, come visitare e onorare i defunti. Il giorno 1 di gennaio celebrano una messa per ringraziare Dio del recupero della ragione nella fede rinnovata, e per pregare per i loro defunti.
Nell’omelia ho parlato loro del concetto di “pazzia” biblica: Dio “pazzo” di amore per l’umanità e che annuncia concetti al rovescio rispetto alla mentalità umana (il primo, ultimo; il più grande, servo...); i santi, “pazzi” di amore per Dio e per gli uomini, sull’esempio e con il sostegno di Gesú.
Dopo la messa si svolge come una processione e ai 4 angoli del paese vi è una cerimonia dei membri della locaina, vestiti con la loro bizzarra uniforme, che serve a “spazzare” l’influenza del male dagli abitanti di Pueblo Llano.

La festa di S. Benito (2 gennaio)
È una festa davvero popolare, non legata a nessuna famiglia e, per questo, fortemente partecipata. La figura di questo santo francescano negro di Sicilia è molto nota in America Latina, quanto sconosciuta in Italia (solo una bella canzone degli Inti Illimani, dedicata a questa festa, è un lontano ricordo di anni giovanili e di lotte studentesche in favore della democrazia in Cile). Probabilmente si usò il fatto che fosse negro e figlio di schiavi per presentare una figura di santo, nella evangelizzazione realizzata soprattutto dai francescani, con cui potessero identificarsi i negri portati schiavi in queste terre. Per cui la sua festa è tipicamente “afroamericana”, caratterizzata da danze e tamburi, anche se la sua devozione si è allargata a varie regioni, coinvolgendo tutti, senza distinzione di pelle e condizione sociale.
A Pueblo Llano non ci sono gli eccessi dello stato Zulia, per esempio, dove il santo viene asperso con alcool e ci si sbronza di brutto, anche durante la processione. Qui tutti sono sobri fino alla conclusione della festa, a sera inoltrata. Dopo...
Si inizia con la processione che parte dalla cappella di Motus, a circa 3 chilometri dalla parrocchia. La compagnia che cura la cappella trae fuori la reliquia (opportuno dono fatto dai frati di Sicilia lo scorso anno) e la statua del santo, tra balli e ritmi di tamburi, appunto. Quindi si da inizio alla processione, alla quale si aggregano lungo il percorso varie compagnie locali (ogni rione ne ha una) e alcune di fuori. Tutti si uniscono “danzando il santo”, nel senso che ballano loro ma muovono a ritmo di danza anche la propria statua di S. Benito, piccola o grande che sia. Molti partecipanti, fuori delle compagnie, giungono con il loro S. Benito per “ballarlo” (anche fray Nixon, il parroco, partecipa con una statuina che si trova in convento). È un vero tripudio di ritmo e gente. Il tutto per la durata di circa tre ore, fino a giungere alla parrocchia per la celebrazione eucaristica.
Quest’anno si è tenuta, per la prima volta, in chiesa, per evitare le distrazioni e i disturbi della piazza. Naturalmente la chiesa era strapiena, però tutti hanno apprezzato il clima di raccoglimento e preghiera che si è creato e mantenuto fino alla fine. L’omelia non poteva non ruotare intorno al danzare la propria vita davanti a Dio, sull’esempio di S. Benito.
Nel pomeriggio, dalle 14.30 alle 20.30, ogni compagnia, a turno, ha ballato per Dio con S. Benito nella piazza del paese, antistante il convento. Noi abbiamo assistito da un palco, da dove io, alla fine di ogni esibizione, benedicevo i membri del gruppo con la reliquia del santo, mentre altri consegnavano una medaglia e un diploma di partecipazione. Il tutto si è concluso con gli immancabili botti e fuochi artificiali.


Locaina e Cacao (3 gennaio)
Il gruppo della Locaina è ancora protagonista la mattina del giorno 3 gennaio, con la celebrazione – fuori tempo – della festa del santo martire Pancrazio. Essi partecipano alla messa e depongono ai piedi dell’altare le loro “insegne”, perché si benedicano alla fine. Nell’omelia ho parlato del senso della penitenza cristiana all’inizio di un nuovo anno, che si dovrebbe caratterizzare sempre per una ricerca più intensa di conversione, a esempio del martire che si sta celebrando.
Terminata la messa, si svolge fuori di fronte alla chiesa, il rito del “Cacao”. C’è da premettere che la Locaina il giorno 24 dicembre pianta, di fronte alla porta di ingresso della chiesa, un totem, rappresentante Napolión Linares. Non so dirvi se personaggio vero o di finzione. In tutti i modi, si tratta di uno che ebbe un buon tratto con i nativi indigeni, e per questo si celebra la sua memoria o ciò che rappresenta.
La cerimonia ha il seguente sviluppo. Prima si svolge la rappresentazione come il giorno 1, che essi chiamano “gioco”; solo che oggi è senza le uniformi. Essa celebra come un incontro pacifico tra le armi degli indigeni e quelle dei bianchi, presentate insieme al sacerdote perché le sollevi verso l’alto. Poi il “capitano” (=capo) sale sul totem e fa un discorso con riferimenti alla vita del paese e del gruppo, però in un linguaggio allegro e un po’ “cifrato”. Infine, si distribuisce il “cacao” ai piedi del totem: colpi alle natiche e alle gambe con un frustino, segno credo di purificazione e penitenza. Cominciano i sacerdoti, “frustrati” dal capitano (i colpi si avvertono, eccome; dipende dalla veemenza di chi li assesta); segue lo stesso capitano, “flagellato” dai sacerdoti; e, quindi, i presenti se lo vogliono. E vi assicuro che tutti si sottopongono a questo rito, coscienti o no di ciò che possa significare.


venerdì 23 gennaio 2009

Fine e inizio di anno a Pueblo Llano


Ci siamo lasciati con la festa di Natale a Venegara e mi manca il racconto dei circa 10 giorni seguenti, visto che sono tornato in seminario il 4 gennaio. Già era previsto che andassi a Pueblo Llano, per fare compagnia e aiutare fray Nixon, come mi aveva chiesto fray Franklin, per permettergli di vivere alcuni giorni con la sua famiglia. Fin dall’inizio la proposta mi era sembrata interessante, sia per la possibilità di stare in montagna (2.500 mt circa) che per vivere la festa più importante del paese, quella di S. Benito da Palermo (un francescano fratello religioso). Per cui ho subito accettato con piacere.
Ebbene, il 26 di dicembre, con abbondante ritardo rispetto allo stabilito (14.30 invece delle 11.30, colpa della fila obbligata in alcuni periodi per rifornirsi di benzina), sono venuti a prendermi due amici professori universitari - Alfredo e Carmen - per portarmi a Pueblo Llano. Abbiamo attraversato il passo “paramo” de La Negra (sopra i 3.000 mt), con un raro cielo completamente aperto e una visuale paesagistica molto suggestiva. Quindi, attraversata Merida, siamo giunti a Pueblo Llano alle... 22.30!!! Un po’ perché si impiega almeno 6 ore se si tira dritto, e un po’ perché il viaggio è stato vissuto come “turisti”: senza fretta e con alcune piacevoli soste.
Il giorno dopo i miei due amici hanno proseguito per Barquisimeto e io sono rimasto a godermi il fresco e i successivi giorni di montagna e parrocchia. Il clima è stato clemente con questo visitatore italiano; la gente è stata fantasticamente accogliente verso di me, nominato sul campo “predicatore ufficiale” della novena (nella cappella a lui dedicata nella zona di Motus) e della festa di S. Benito.
Il 29 dicembre, poi, ci hanno raggiunto Eugenio ed Elisabetta, con le due figlie Teresa e Sara. Riporto quanto essi hanno scritto nella loro “lettera periodica” indirizzata agli amici.
Dopo il “tour de force” del Natale, anche noi ci siamo concessi tre giorni di vacanza, in montagna! Dal 29 dicembre al 1 gennaio siamo stati ospiti dai frati a Pueblo Llano, sulle Ande, a 2300 metri e da lì abbiamo fatto una bellissima escursione fino a 3500 metri. Per noi , abituati a 40 gradi, è sembrato di stare in un congelatore per tre giorni, ma siamo stati soddisfatti; solo da notare che la fiat uno che da settembre abbiamo (prestata dai frati, con i suoi 370.000 km!!) e che ci doveva portare alla meta, si è fermata dopo soli 30 km da casa con il motore quasi in fiamme! Ed abbiamo scoperto che qui, a causa del calore e delle cose sempre un po’ “arrangiate” è meglio aggiungere acqua e olio ogni settimana! Grazie a Dio che prima di noi e dopo di noi in autostrada c’erano altri frati che non solo ci hanno soccorso ma, come sempre capita in ambito “fratesco”, tutto è finito “in fraternità” con tanto di “brindisi” con buonissimi e freschissimi cocchi che un ambulante vendeva al ciglio dell’autostrada. In ogni caso ringraziamo la Custodia dei frati del dono della macchina, che si sta rilevando utilissima in città e che ci ha dato una mobilità e una indipendenza insperate e moltiplica le possibilità di azione nel campo pastorale.
L’escursione, alla quale si riferisce la lettera, è stata la visita a due laghetti di montagna: Laguna de Mucubají e Laguna Negra (cf. foto) e al Parco nazionale di Mifafí, dove ci sono dei condor in cattività. L’escursione ai due laghi è stata bella e faticosa allo stesso tempo, perché tra i due vi è una distanza di 45 minuti circa di sentiero, e farla con due bambine piccole... Al ritorno, Sara abbiamo dovuto caricarla a spalla, tra Elisabetta e me, visto che Eugenio era alle prese con un forte mal di schiena. Le due bimbe devono aver pensato che siamo degli adulti completamente inconscienti!! Comunque, lo sforzo è stato ripagato dagli splendidi paesaggi.
Da un punto di vista pastorale, la permanenza a Pueblo Llano mi ha permesso incontrarmi con due interessanti – anche da un punto di vista culturale, oltre che di religiosità popolare – tradizioni che si vivono nei giorni 1-3 gennaio: la Locaina del Niño Jesús e la festa di S. Benito.
Che dire di questi tre giorni? Mi sono sentito a mio agio e coinvolto dalle suddette manifestazioni di religiosità popolare. Certo, si mescolano a volte fede e magia; molte cose sono vissute a livello emotivo e restano alla superficie dell’esperienza di fede... Tutto quello che si vuole. Di fatto sono espressioni della nostra gente. La sfida è saper cogliere i lati positivi che presentano, farli emergere e servirsene per evangelizzare. Inoltre, le compagnie di S. Benito, così ben organizzate e aperte alla fede, sono ottimi strumenti per catechizzare e organizzare cammini di fede. In questo senso i nostri frati hanno operato bene, e direi che fray Nixon lo sta continuando con visione chiara, conoscenza delle persone e delle realtà, buone
prospettive.